Come trovare un nuovo senso del vivere (e del morire). Sul valore dell’esistenza umana. Intervista a Emanuele Casale
Premessa:
l’intervista è stata fatta nel 2022 e molti riferimenti psico-sociali e tematici sono riferiti all’epoca della psicopandemia da Covid-19
- Intervista condotta dalla compianta dott.ssa Anna Fata Senigallia (in sua memoria, psicologa) e fatta al dott. Emanuele Casale, psicologo e fondatore del Jung Italia
Da che mondo è mondo l’essere umano, dotato di ragione, emozione, intelletto, sente, percepisce, analizza, esamina, osserva, riflette e trae le sue considerazioni. Si cercano risposte alle proprie domande.
Non è un caso che fin da piccoli, ad un certo punto, cominciamo a bersagliare i nostri amati, pazienti genitori con infiniti “Perché?”. Vorremmo una spiegazione a ogni manifestazione che ci appare, dentro, attorno, di fronte a noi. Vogliamo sapere, siamo avidi, affamati, non siamo mai sazi di un sapere che non si può esaurire nell’arco di una sola esistenza terrena. Eppure non ci stanchiamo di cercare. Da piccoli, da grandi, in età avanzata. Cambiano le domande, i dubbi, gli interrogativi, la stessa sete di sapere, su ogni cosa, ci anima.
Ogni cultura, filosofia, spiritualità, religione, scienza, società, epoca offre le sue cornici interpretative. Nessuna assoluta, nessuna giusta o sbagliata a priori. Tutto appare relativo, in mutamento, in evoluzione. Persino la scienza, in cui molti credono ciecamente, mentre altri rigettano a priori come inaffidabile, proprio, forse, rinnegando questa corrente evoluzionista che inevitabilmente connota una disciplina che ha a che fare con la vita e come tale da ridefinire costantemente.
Molto probabilmente uno dei quesiti più affascinanti, misteriosi, insoluti e forse in ultima analisi irrisolvibili riguarda il senso del vivere e, inevitabilmente, del morire. Anche se spesso siamo portati a negarlo, a dilazionarlo, ad allontanarlo, in primis come pensiero, e di riflesso anche come emozione e contatto fisico.
Ci inorridisce quel che finisce, che ha una scadenza, una conclusione. Piccole morti che si susseguono momento per momento, nell’arco della giornata e di cui fatichiamo a prendere coscienza.
Oggi, in modo particolare, che risposte possiamo offrire a questo intramontabile quesito?
Ne abbiamo discusso con Emanuele Gerardo Casale, Psicologo clinico a indirizzo analitico, fondatore della community nazionale di
riferimento per la Psicologia Complessa (“junghiana”), conosciuta col nome “Jung Italia”, che vanta circa 120mila iscritti nei suoi vari canali social e sito web (www.jungitalia.it).
D (Domanda):
Oggi più che mai viviamo in una società veloce, competitiva, arrivista, individualista, ego centrata, in cui regna la logica del “Se vuoi puoi”, “Se non ce la fai (ad avere successo, fama, affetti, soldi, lavoro, salute, ecc.) è perché non lo vuoi veramente”, sembra che tutto si possa ridurre ad un bieco razionalismo, forza di volontà, insistenza, potenza, controllo, sforzo, fisico, mentale, emotivo. Non sembra esserci spazio per altro. Forse questo altro si potrebbe chiamare “inconscio”? Cosa ci può dire in merito?
R (Risposta):
Diceva Jung al suo amico medico inglese, Bennett, che “la vita non è solo ciò che noi ci aspettiamo.” Volere è potere è la stupidità dell’uomo moderno collettivo e nevrotico! A tal riguardo riporto anche un articolo dal blog Jung Italia, proprio sui limiti della volontà cosciente. Il nostro volere deve essere sempre messo in relazione e confrontato con il volere dell’inconscio, dell’Altro che ci abita.
In realtà lo stesso “inconscio” sembra avere una sua volontà, insistenza, potenza, controllo, sforzo, a volte anche fatica (sì, perché può faticare a star dietro l’Io a volte), ma non sempre questo suo dinamismo è in accordo con l’Io, quell’istanza psichica che noi chiamiamo la nostra coscienza.
L’inflazione principale di cui siamo vittime nella nostra cultura, e nel nostro tempo, è credere invece che soltanto la nostra volontà, le nostre intenzioni, siano essenziali, uniche, incontrovertibili, giuste, e quindi le uniche da perseguire. E quindi diventiamo unilaterali, sradicati da quell’altra voce che ci abita, quella dell’inconscio, vicino alla natura, agli istinti.
La relazione tra l’Io e l’inconscio è quella che dannatamente ci manca oggi come non mai. Prestare voce all’altra voce, all’altra volontà, così come dovremmo fare con i nostri simili: questo ascolto manca verso il nostro simile oggi a livelli disumani perché manca in primis verso noi stessi.
Quando teniamo conto solo della nostra volontà cosciente, senza un confronto con le nostre immagini spontanee, i nostri sogni notturni, i nostri istinti, allora tagliamo fuori il 50% della nostra psiche. E’ come se in una relazione a due io non tenessi conto minimamente dell’Altro e facessi tutto di testa mia, prima o poi ne pagherei il prezzo in un modo o nell’altro.
D:
La recente pandemia, e la guerra attuale, ci stanno mettendo inevitabilmente di fronte alla fragilità della vita, nostra e altrui. Precarietà, transitorietà, mancanza di controllo e prevedibilità assoluta, dimensione complessa degli eventi di vita, personali, sociali, nazionali, internazionali, ci stanno mettendo con le spalle al muro. Cerchiamo vie di fuga per non vedere, sentire, ci anestetizziamo, ci distraiamo, ci abituiamo alle immagini luttuose in tv, sui giornali, nelle discussioni sui Social. Come se per certi versi questo non ci riguardasse. Come se fosse sempre di pertinenza di altri e di un altrove. Se e come il confronto con la transitorietà della esistenza, la sua impermanenza, la sua fragilità possono entrare nella nostra quotidianità, apportandoci una lezione costruttiva, senza traumatizzarci all’eccesso, senza paralizzarci, o farci perdere fiducia e speranza?
R:
Innanzitutto da psicologo che si occupa di disagio interiore e salute mentale, devo sempre ricordare una cosa fondamentale, che ripeto sia ai miei pazienti ma non solo. La riprendo dal grande Alessandro Bergonzoni:
“La tv guardatela pure se volete, ma non va accesa! Guardatela, ma non accendetela!”.
Oggi è diventato essenziale, anzi direi vitale, capire che così come dobbiamo seguire una sana e buona dieta alimentare, dovremmo seguirne anche una psichica, una dieta mentale. Dobbiamo prestare attenzione all’ecologia della mente, altrimenti ci ammaliamo sia nell’anima che nel corpo. Un ricercatore e studioso americano, Joe Dispenza, nel suo saggio scientifico “Evolvi il tuo cervello” ci riporta all’evidenza scientifica secondo la quale l’ambiente interno mentale, la nostra dieta psichica, incide sulle nostre molecole, e quindi sul nostro corpo, in maniera a volte molto più incisiva rispetto a ciò che mangiamo.
Sono le cosiddette “molecole di emozioni”, studiate da emeriti scienziati come la Candace Pert e successivamente da Bruce Lipton.
Riguardo la transitorietà dell’esistenza. Chiamiamo le cose come sono, ovvero col nome di “Morte”. Io penso che quello che abitualmente vediamo attraverso i media nazionali principali non sia in sé la “Morte”, intesa come esperienza universale, archetipica, bensì una “pornografia” della Morte.
Oggi noi sappiamo che nella nostra cultura vi è una rimozione psicologica della Morte. Lo diceva già Hillman nel suo bellissimo saggio “Il sogno e il mondo infero”. Laddove c’è una rimozione della morte, che è un istinto a pari di quello della vita (Eros e Thanatos), è ovvio che essa da qualche parte deve uscir fuori, la psiche inconscia si autoregola sempre, con o senza di noi.
Ciò che viene rimosso però viene spesso fuori in maniera deviata o disturbante, l’esempio è il continuo martellamento mediatico che vergognosamente si propina al grande pubblico da fin troppo tempo come le conte dei morti giornaliere, gli accessi in terapia intensiva,
i dati continui sulla mortalità di questo e quell’altro, sui morti a 3000km di distanza da noi, ecc.
Questa però non si può chiamare “esperienza attorno alla morte”, ma pornografia della morte, e come in ogni pornografia spesso c’è una deformazione della realtà naturale, una ripetitività ossessiva, compulsiva e molto spesso – alla lunga – condizionante in senso negativo.
In psicologia e antropologia comparata noi sappiamo che non esiste alcuna cultura al mondo che sia stata scissa dall’esperienza della morte come invece la nostra. Si badi bene che noi, quando nella nostra società siamo esposti attraverso i media alla cosiddetta “morte” (guerre, pandemie, stragi o simili) non stiamo esperendo direttamente in prima persona l’archetipo morte, ma stiamo subendo in maniera massiccia e perversa qualcosa che gira attorno alla morte ma molto alla lontana.
Ciò che ci viene dai giornali e dai media italiani è pornografia della morte, essi non ci mettono di fronte alla transitorietà della vita. Difficilmente fin da bambini facciamo esperienza diretta della morte come la potevano fare bambini agli inizi del ‘900 o bambini che attualmente vivono in culture, villaggi e società molto diverse dalle nostre e in cui il contatto con la transitorietà della vita, e quindi con la morte, è all’ordine del giorno.
Oggi noi veniamo tagliati fuori da questa importante dimensione archetipica della psiche: la morte e la transitorietà.
D:
Vivere, morire, sembrano agli antipodi. Grandi paradossi esis tenziali che paiono escludersi a vicenda. Eppure l’uno è insito nell’altro. L’uno è manifestazione dell’altro. L’uno è costituito dalla stessa materia dell’altro. Solo il linguaggio, la mente che non riesce a contemplare la complessità, separa, così come delinea, tratteggia, divide, delimita il linguaggio. Della vita, del suo fluire, del suo scorrere, della essenza del vivere, per definizione, non si può parlare. Nel momento stesso in cui si cerca di farlo, non è più vita, diventa qualcosa d’altro. O, al limite, è vita anche quella, ma non più nella forma in cui la si tentava di descrivere. Cosa ci può dire a proposito di questa, apparentemente insanabile, cesura tra vita e morte e se e come integrarle, comprenderle, accettarle, affrontarle serenamente nella nostra esistenza quotidiana?
R:
Perdonami se a questa domanda farò rispondere due grandi, perché esprimono ciò che io provo, ma in una maniera linguistica molto più opportuna della mia. Mi viene in mente quando Jung scrive nella sua autobiografia che “la vita è un intermezzo di una lunga vicenda ben più lunga dell’esistenza individuale stessa”. E’ una frase che mi colpì a 17 anni e che è passibile di tante interpretazioni.
Ancora, c’è Hillman quando scrive: “L’anima dialoga con la morte e le va incontro perché la interpreta come passaggio.”
E questo un passaggio del Libro Rosso di Jung, che è esemplare a tal riguardo:
“Proverai la gioia delle piccole cose solo se avrai accettato la
morte. Se invece ti guardi intorno avidamente in cerca di tutto ciò che potresti ancora vivere, allora nulla sarà mai grande abbastanza per il tuo piacere, le piccole cose che ti circondano non ti daranno più gioia. Contemplo perciò la morte perché essa mi insegna a vivere.”
D:
Altro tema molto spinoso nella nostra esistenza riguarda la malattia, acuta, cronica, unitamente alla inabilità, alla invalidità. Oggi nella nostra società vige un modello salutista, efficentista, prestazionale, in cui spiccano coloro che sono in forma, scattanti, smaglianti, mentre le persone fragili vengono marginalizzate, spesso anche colpevolizzate per il loro stato. Come se se lo fosse, consciamente o no, andato a cercare. Se e come, secondo lei, si può fare spazio alla fragilità nella vita individuale e sociale?
R:
Luigi Zoja, il noto analista junghiano, in un libro ormai fuori edizione che raccoglie saggi di vari autori (inclusi la Von Franz) sul tema della morte (“Incontri con la morte”, Raffaello Cortina Editore) ci ricorda come la società contemporanea sia caratterizzata da una vera e propria ignoranza intorno al discorso della morte e della fragilità.
Nell’uomo moderno abita l’illusione di non dover morire mai e quindi l’illusione di una vana perfezione o stile di vita sempre eroico. Scrive ad esempio Zoja:
“I valori dominanti, riflessi dai mass media, ci danno il quadro di una società ipomaniacale e unilateralmente giovanilista. (…) l’uomo medio che ci propongono – o a cui si rivolgono – è molto estroverso, attivo, sano: scarsi i segni fisici, ma soprattutto psicologici, della vecchiaia. Naturalmente, pubblicità e mass media si rivolgono anche al vecchio: chiedendogli, però, di rinnegare la sua età. Se vuol rimanere un consumatore – e in genere lo vuole, altrimenti si autoescluderebbe dalla società – il vecchio deve abiurare e rinnegare il ruolo potenziale più rilevante per la sua psiche: quello del vecchio saggio, sufficientemente distaccato, che non si agita più tanto perché ormai ha più da dare che da prendere. In questo senso la cultura è squilibrata perché alla vita viene negato uno dei due poli. In termini junghiani si può dire che la coscienza collettiva accoglie il puer rimuovendo invece il senex.”
Questo magari non c’entra direttamente il tema, ma ci va molto vicino. Lo stesso discorso possiamo applicarlo appunto alla disabilità, all’invalidità, alla fragilità. Le abbiamo completamente rimosse dal nostro immaginario quotidiano, anche se devo ammettere che conosco molte realtà locali – inerenti appunto al mio campo o campi vicini – che per fortuna si occupano quotidianamente e da una vita dell’integrazione di questi aspetti nella vita sociale e quotidiana. Però, sì, a livello di immaginario collettivo sono aspetti rimossi dell’esistenza. Basta accendere una qualsiasi tv mainstream o buttare uno sguardo sui social per comprendere il tipo di modello “perfetto” e stucchevole, bidimensionale, che si vuole proporre nella società odierna.
D:
Un discorso per certi versi simile si può estendere anche all’invecchiamento. In termini di probabilità, salvo imprevisti, la maggior parte di noi viene sottoposta a tale processo. Per definizione, nel momento stesso in cui il processo di crescita termina, si inizia a invecchiare. E il processo inizia ben prima delle scadenze che, convenzionalmente, sul piano sociale sono state indicate e approvate. Se e come affrontare in modo lucido, consapevole, sereno, tale processo di vita?
R:
Ecco, vale il discorso che abbiamo fatto poc’anzi citando le parole di Zoja sull’invecchiamento e sul Senex. Dobbiamo purtroppo iniziare a comprendere che sul piano esterno, sociale e culturale non sempre possiamo avere un rispecchiamento – e quindi anche un contenitore trasformativo – dei nostri processi naturali psichici.
Lo vediamo appunto con l’invecchiamento. Zoja più sopra lo esprime nel migliore dei modi. Quindi? Che fare? Se l’istituzione, se la cultura odierna non mi dice più nulla, a cosa rivolgermi?
Jung affrontò lo stesso problema già negli anni 40-50 del secolo scorso.
A chi rivolgersi?
Per molti ancora le istituzioni (religiose incluse) sono ancora sufficienti contenitori del proprio mondo interiore e spirituale, ma per molti altri ancora non è così. E quindi che fare?
Jung suggerì che se l’autorità oggi non può dirmi più nulla circa i problemi essenziali dell’Uomo allora l’unica via è quella di rivolgersi “all’uomo antico di 2 milioni di anni che ci abita”, rivolgersi al mondo interiore in maniera seria, ai sogni, alle immagini che ci attraversano
e alle vecchie tradizioni di saggezza antica.
Dato il mio lavoro da psicologo potrei dire che l’analisi è una via privilegiata, ma sono d’accordo con Carotenuto quando disse che l’analisi non è certo l’unica via e neanche quella più adatta a tutti. Molto spesso gli analisti stessi non sono sempre adatti per l’analisi. In questi ambiti e in questi mondi della psiche nessun “percorso” e nessuna “formazione” o titolo è garanzia di competenza, efficacia, spessore e quant’altro. Ne trovo conferma quotidiana nel mio lavoro da anni.
D:
Lei è il Fondatore di una comunità immensa, molto attiva e nota: Jung Italia. Ci parla del suo progetto, degli intenti con cui è nato, degli obiettivi raggiunti e quelli futuri?
R:
È un progetto che nacque dapprima come community di Facebook nel lontano 2008, erano i primi tempi di quel social. Avevo 17 anni. Non so perché creai il “Jung Italia”, credo fosse per trovare e incontrare persone con il mio stesso interesse vivo per Jung già precocemente. All’epoca non esisteva nulla di simile sul web. E ancora oggi, dopo 14 anni da allora, non esiste nulla di assimilabile a questo blog/community, sia per intenti che per contenuti soprattutto.
Gli obiettivi raggiunti sono stati tanti, e inaspettati. Tra quelli più significativi per me posso annoverare certamente l’opportunità immensa di aver incontrato persone meravigliose sia nel mio lavoro, ma soprattutto nella mia vita personale. Ho conosciuto persone che sono diventate la mia famiglia, è stato come re-incontrarle.
Per quanto riguarda gli obiettivi esterni raggiunti ce ne sono tanti (collaborazioni con Rai, riviste, scuole di psicoterapia, associazioni note e meno note, ecc.), ma credo che gli obiettivi più significativi restano quelli incarnati nelle persone, migliaia, che sono arrivate alla community e che spesso mi hanno scritto cose come “Grazie al Jung Italia e al tuo lavoro ho potuto conoscere meglio Jung e ne ho letto poi qualche libro!”. Sembra un obiettivo da poco, ma moltiplicato per migliaia di persone che nel corso di questi lunghi 15 anni sono arrivati al blog
non mi sembra sia cosa da poco. Abbiamo bisogno di più psicologia, come diceva Jung, e quindi se ho potuto apportare un contributo maggiore in tal senso, posso dire di essere enormemente soddisfatto.
Ad oggi la community ha superato i 135.000 iscritti, attestandosi il più grande blog e community italiana relativa alla psicologia del profondo e a Jung.
Ho conosciuto persone di ogni estrazione sociale, professionale e culturale in questi anni. Cuochi, casalinghe, avvocati, informatici che spesso comprendevano Jung molto meglio di tantissimi psicologi specializzati, e ancora più spesso di moltissimi “junghiani accreditati”. Non sono casi rari. Basti pensare a Jung quando in più occasioni sottolineava il fatto che a comprenderlo non fossero gli accademici e i colleghi bensì la gente comune (cfr. “Jung parla. Interviste e incontri”, Adelphi).
Non so quali sono gli obiettivi futuri del Jung Italia, sicuramente l’obiettivo principale rimarrà sempre quello di divulgare quanto più è possibile la psicologia del profondo e la psicologia complessa, quello di far incontrare persone da diverse parti del Paese e con interessi
analoghi, quello di poter far accedere a contenuti ispirati e ispiranti tante più persone possibile che hanno l’esigenza di un certo tipo di discorsi sulla psiche e che possano trovare nel Jung Italia un luogo slegato da ogni sorta di potere istituzionale e quindi libero.
Un piccolo spoiler però posso farlo: prossimamente uscirà un progetto parallelo denominato “Club psicologico”, un’area “premium” del blog dedicata a coloro i quali necessitano di avere maggiore conoscenza sulla psicologia del profondo e su Jung, sarà qualcosa per i più esigenti e curiosi (non riservato soltanto agli psicologi, ovviamente!), costituita anche da seminari live, sessioni di confronti tra esperti e iscritti, dispense e corsi tematici vari.
D:
Se e quale messaggio Jung oggi potrebbe lanciare alla persona e alla società contemporanea?
R:
Li ha già lasciati, a partire dagli anni ’30 fino alla sua morte avvenuta il 6 giugno 1961. I messaggi di allora sono assolutamente contemporanei e molti di essi riguardavano proprio il presente che stiamo vivendo e un futuro che forse ci aspetta. Per questo si considera Jung inesauribile ancora tutt’oggi. Jung presagiva una catastrofe inevitabile a cui saremmo andati incontro. L’argomento sarebbe esteso per poter essere affrontato qui.
Quello che qui posso dire è che il messaggio più fondamentale che Jung lasciò per la collettività di allora – e ancor di più per quella di oggi – riguarda l’importanza del processo di individuazione. Per Jung la cosa più importante era l’individuo, per quanto studiò ampiamente le dinamiche della psiche collettiva e di gruppo.
Se l’individuo non è rinnovato interiormente neanche la società può esserlo. Tutto parte dall’individuo. Non c’è altra via. Sembra qualcosa di assolutamente banale o semplice, eppure se ognuno di noi fosse in accordo con sé stesso non ci sarebbe la necessità di eserciti, armi e smanie di andare a rompere le scatole all’Altro!
Altro messaggio che Jung incessantemente lanciava negli ultimi anni della sua vita era quello relativo all’importanza di superare assolutamente il nostro imbarazzante infantilismo psicologico di fronte al Male e di fronte la psiche stessa.
Scrive nel ’59, in una lettera indirizzata a Cary Baynes:
“Una psicologia come la mia prepara a UNA fine o addirittura ALLA fine. La domanda è soltanto chi uccideremo: noi stessi o la nostra psicologia ancora infantile e la sua spaventosa incoscienza?”.
L’importanza che Jung dava alla necessità di avvicinarsi alla voce dell’inconscio è prioritaria. Se questa relazione tra Io e Inconscio non viene coltivata da almeno una minoranza nel mondo, per Jung la catastrofe sarebbe stata inevitabile, una certezza. Consiglio, specialmente oggi, la lettura dei saggi di Jung che parlano di alcune dinamiche collettive e della guerra, come “Presente e futuro”, i due tomi interi del vol. 10 dell’Opera “Civiltà in transizione. Il periodo fra le due guerre” e “Civiltà in transizione: dopo la catastrofe”, insieme al volume di interviste e incontri “Jung Parla” (edito da Adelphi).
D:
Se e quale risposta aveva formulato Jung in merito ai dilemmi sul vivere, morire, ammalarsi, invecchiare?
R:
Per quanto complessa sia l’opera di Jung, in realtà la persona Jung nella sua vita da uomo era ricchissima e al tempo stesso molto semplice. Riguardo il vivere, il morire, l’ammalarsi e l’invecchiare Jung si comportava davvero come un uomo di 3000 anni fa, accettando tutti i fenomeni della vita – anche i più scomodi – e rapportandosi ad essi nella maniera più naturale possibile.
Riguardo il morire e l’invecchiare Jung non aveva particolari ricette, se non quella che espresse nella famosa intervista per la BBC nel ’59, ovvero che gli anziani dovrebbero vivere la loro vita in maniera tale che sia proiettata alla creatività e come se avessero ancora una lunga vita davanti. Questo perché Jung faceva riferimento al fatto che l’inconscio negli anziani, anche in prossimità della morte biologica, si comporta come se non dovesse affrontare realmente una fine bensì una continuazione della vita.
Ovviamente – nell’intervista Jung non lo dice – è necessario che per far questo l’anziano si “affidi” e si “fidi” dell’inconscio, che è elemento naturale e che dice sempre il vero in quanto per lo più autonomo rispetto all’influenza dell’Io.
Riguardo il vivere invece c’è un bellissimo passo tratto dai seminari di Jung sulla “Psicologia del Kundalini Yoga”, che riporto parzialmente qui di seguito:
“Bene, nascere è importantissimo; si deve venire in questo mondo, altrimenti non si può realizzare il Sé, e fallisce lo scopo di questo mondo. Se questo succede, semplicemente si deve essere ributtati nel crogiuolo e nascere di nuovo […]. Si deve credere in questo mondo, mettere radici, fare del proprio meglio, anche se bisogna credere alle cose più assurde […]. Si deve infatti lasciare qualche traccia di sé in questo mondo, che certifichi che siamo stati qui, che qualcosa è successo. Se non accade nulla del genere, non ci si sarà realizzati; il germe di vita è caduto, per così dire, in uno spesso strato d’aria che lo ha tenuto sospeso. Non ha mai toccato il suolo, e quindi non ha potuto produrre la pianta. Se invece si entra in contatto con la realtà in cui si vive, vi si rimane per diversi decenni e si lascia la propria impronta, allora può avviarsi il processo di impersonale. Vedete, il germoglio deve sbocciare dalla terra, e se la scintilla personale non è mai entrata nella terra, da lì non uscirà nulla…”.
D:
Per concludere, con quale augurio ci può congedare?
R:
L’augurio che faccio ultimamente a me, ai miei cari e ai miei pazienti è spesso questo: viviamo la nostra vita cercando di non essere infantili e di poter guardare piano piano in faccia al Male, quello personale e soprattutto il Male collettivo che tanto imperversa oggi.
Guardare il Male di certo non fa si che esso cessi, ma dà l’avvio – a volte – a far sì che esso si senta guardato e quindi passibile di essere meno compulsivo, meno possessivo e magari – come ricorda Jung – da un Male può nascere anche un Bene, certe volte…
Un altro augurio che voglio lasciare è quello di riuscire a ritornare a fidarci dell’Altro – nonostante i tempi e nonostante le enormi menzogne spacciate per verità, ma non degli “Altri” in generale, non degli Altri in senso impersonale, ma fidarci dell’Altro singolo e individuale, l’unico “Altro” di cui posso fare realmente esperienza umana e diretta.
Ma come ricorda Jung, come è possibile fidarci e avvicinarci realmente all’Altro se prima non riusciamo a stabilire un rapporto e a fidarci dell’Altro che ci abita?
FINE.
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