Psicologia dello Yoga Kundalini: il seminario di C.G. Jung sui Chakra e lo Yoga (1932)

🖋️ «Senza vita personale, senza il “qui e ora”, non possiamo attingere l’impersonale. Perché possa essere introdotto lo sviluppo del lato sovrapersonale della psiche, prima dev’essere realizzata la vita personale.»
(C.G.Jung – La Psicologia del Kundalini Yoga, Seminario tenuto nel 1932, Bollati Boringhieri, p.112)
🖋️ «Il punto di vista spirituale dell’India in generale è un punto di vista di questo genere. Gli Indù non cominciano – come facciamo noi – a spiegare il mondo prendendo come punto di partenza l’atomo d’idrogeno, né descrivono l’evoluzione dell’umanità o dell’individuo dal punto più basso a quello più alto, dall’inconsceità profonda alla coscienza più alta. Non vedono l’umanità sotto l’aspetto sthula (piano fisico, materiale). Parlano soltanto dell’aspetto suksma (pian sottile), e perciò dicono: “All’inizio era solo il Brahman, unica realtà indubitabile, essere e non-essere”. Cominciano in sahasrara; parlano il linguaggio degli dèi e pensano l’uomo dall’alto verso il basso, considerandolo dall’aspetto suksma o para. L’esperienza interiore per loro è rivelazione; di quell’esperienza non direbbero mai: “L’ho pensata Io”.
(C.G.Jung – La Psicologia del Kundalini Yoga, Seminario tenuto nel 1932, Bollati Boringhieri, p.111)
🖋️ «C’è tuttavia un’altra psiche, la controparte della nostra realtà psichica, la realtà del non-Io. […]
L’io scompare completamente; lo psichico non è più un contenuto in noi, ma diventiamo noi i suoi contenuti.»
(C.G.Jung – La Psicologia del Kundalini Yoga, Seminario tenuto nel 1932, Bollati Boringhieri, p.103)
🖋️ «Ma non abbiamo ancora fiducia nella certezza dell’esistenza psichica […]. Crediamo ancora in un mondo materiale fatto di materia e di forza psichica, e non riusciamo a collegare l’esistenza o la sostanza psichica con l’idea di qualcosa di cosmico o di fisico. Non abbiamo ancora trovato il ponte tra le idee della fisica e della psicologia […].
Perché allora il “purusa” (uomo cosmico, spirito, Sé) diventa veramente il centro delle cose; non è più una pallida visione, è , per così dire, la realtà ultima. Vedete, quel mondo sarebbe raggiunto se riuscissimo a trovare un ponte simbolico tra le idee più astratte della fisica e le idee più astratte della psicologia analitica. Se riuscissimo a costruire quel ponte, allora avremmo raggiunto perlomeno la porta esterna di visuddha. La situazione è questa. Voglio dire che allora l’avremmo raggiunto collettivamente; la strada sarebbe aperta. Ma c’è ancora una grande distanza tra noi e quella meta. Visuddha, infatti, significa proprio ciò che ho detto: il pieno riconoscimento che le essenze o sostanze psichiche sono le essenze fondamentali del mondo, e non in virtù di una speculazione, ma di una realtà, e precisamente come esperienza.»
(C.G.Jung – La Psicologia del Kundalini Yoga, Seminario tenuto nel 1932, Bollati Boringhieri, pp.93-94)
🖋️ «L’Indù, invece, pensa nei termini della grande luce. Il suo pensiero non comincia da un ajna personale, ma da un ajna cosmico. Il suo pensiero comincia con il Brahman, e il nostro con l’Io. Il nostro pensiero comincia dall’individuo e va verso il generale. L’indù comincia dal generale e scende pian piano giù, all’individuo.»
(C.G.Jung – La Psicologia del Kundalini Yoga, Seminario tenuto nel 1932, Bollati Boringhieri, p.113)
🖋️ «Il simbolismo dei Chakra ha lo stesso significato espresso dalle nostre metafore del viaggio notturno per mare, della scalata di una montagna sacra o dell’iniziazione. E’ uno sviluppo continuo, Non è un procedere a salti: quello che realizzate non lo perdete più. Diciamo che lei sia stata in “muladhara”, che raggiunga poi il centro dell’acqua e che in seguito le sembri di ritornare indietro. Ma lei non torna indietro; è un’illusione: lei ha lasciato qualcosa di sé nell’inconscio.
Nessuno tocca l’inconscio senza lasciarvi qualcosa di sé stesso. Lo si può dimenticare o rimuovere, ma non si è più gli stessi. E’ come quando si è imparato che due per due fa quattro: sarà così per tutta l’eternità, non farà mai cinque. Tornano indietro soltanto quelle persone che si erano illuse di aver raggiunto l’inconscio. Se lo si è veramente sperimentato, è un’esperienza che non si può perdere. È come se fosse rimasto là tanto della vostra sostanza, tanto del vostro sangue e tanto del vostro peso. Si può tornare alla condizione precedente dimenticando di aver perso una gamba, ma la gamba è stata strappata via dal leviatano.
Molte persone che sono entrate nell’acqua dicono: “Non ci tornerò mai più!” Hanno però lasciato qualcosa, che è rimasto lì. Se poi si attraversa l’acqua e si entra nel fuoco della passione, veramente non si può tornare più indietro, mai, perché non si può perdere il rapporto con le passioni che si è conquistato in manipura.
Domanda di un ascoltatore: “È come Wotan, che perde un occhio?”
Jung: “Esattamente. O come Osiride, il dio del mondo infero, che perde un occhio anche lui. Wotan deve sacrificare il suo unico occhio al pozzo di Mimir, il pozzo della saggezza, che è l’inconscio. Un occhio, vedete, rimarrà nell’abisso o resterà rivolto ad esso. Allo stesso modo Jakob Bohme scrisse il suo libro sull’ «occhio rovesciato» quando, come dice, era «attirato al centro della natura». Uno dei suoi occhi era rivolto all’interno; ha continuato a guardare nel mondo infero, il che equivale alla perdita di un occhio. Non aveva più due occhi per questo mondo. Quando si è entrati in un chakra superiore, quindi, non si tornerà mai veramente indietro, si rimane lì. Una parte di noi si può dissociare, ma tanto più lontano si è arrivati nella serie dei chakra, tanto più dispendioso sarà l’apparente ritorno. Oppure, se si ritorna avendo perso il ricordo del rapporto con quel centro, allora si è come un’ombra. In realtà si è soltanto un nulla, si è una mera ombra, e la propria esperienza rimane vuota.”
Domanda della Signora Crowley: “Lei pensa che l’idea sia quella di sperimentare simultaneamente i chakra che si sono attraversati?”»
Jung: “Certo. Come vi ho detto, nel nostro attuale sviluppo storico psicologico abbiamo quasi raggiunto anhata, e da qui possiamo sperimentare muladhara e tutti i successivi centri del passato, attraverso la conoscenza di documenti, di tradizioni, e anche tramite il nostro inconscio. Supponiamo che qualcuno abbia raggiunto ajna, lo stato di coscienza completa e non soltanto lo stato di autoconoscenza. Sarebbe una coscienza estremamente allargata che include tutto – l ‘energia stessa – , una coscienza che conosce non soltanto il «questo sei tu», ma di più: ogni albero, ogni sasso, ogni alito d’aria, ogni coda di topo, tutto ciò è te; non c’è nulla che non sia te. In una coscienza così allargata sarebbero sperimentati simultaneamente tutti i chakra, perché è lo stato di coscienza supremo, e non sarebbe supremo se non includesse tutte le esperienze precedenti.”»
(C.G.Jung – La Psicologia del Kundalini Yoga, Seminario tenuto nel 1932, Bollati Boringhieri, pp.104-103)
🖋️ «È il Sé, incomprensibile perché più grande dell’Io. Questo Sé è in noi un vago ricordo: questo è il dio nel bindu. Il dio nel bindu è il nostro rapporto con il Sé, la volontà dell’Io, il daimon che ci costringe, con il bisogno, a imboccare la via: il piccolo dio individuale, lo Siva interiore.»
(C.G.Jung – La Psicologia del Kundalini Yoga, Seminario tenuto nel 1932, Bollati Boringhieri, p.131)
🖋️ «L’immagine, se non la dissolviamo con la comprensione, ci cattura e ci trattiene. Soltanto quando l’abbiamo integrata al vertice della coscienza possono emergere nuove immagini.»
(C.G.Jung – La Psicologia del Kundalini Yoga, Seminario tenuto nel 1932, Bollati Boringhieri, p.127)
🖋️ «I primi sogni dell’infanzia contengono i samskara, gli archetipi. Quindi non è affatto sorprendente trovare dei chakra o dei mandala evidenti nei disegni infantili. I bambini piccoli sono molto vecchi; in seguito diventiamo rapidamente più giovani. La nostra età più giovane è la mezza età, proprio quando abbiamo perso completamente, o quasi, contatto con l’inconscio collettivo, con i samskara. Diventiamo di nuovo più vecchi soltanto quando, con l’aumentare dell’età, ricordiamo di nuovo i samskara.»
(C.G.Jung – La Psicologia del Kundalini Yoga, Seminario tenuto nel 1932, Bollati Boringhieri, p.120)
🖋️ «…La nostra prima forma di esistenza è una vita negli archetipi. E’ la forma di vita dei bambini prima che siano in grado di dire “io”. Il mondo dell’inconscio collettivo è talmente meraviglioso che i bambini sono continuamente richiamati al suo interno e possono separarsene soltanto con difficoltà. Ci sono bambini che non perdono mai il ricordo di questo background psichico, tanto straordinarie sono le meraviglie che contiene. Questi ricordi continuano a vivere nei simboli. Gli Indù le chiamano “il mondo dei gioielli” o “manidvipa”, l’isola dei gioielli nel mare di nettare.»
(C.G.Jung – La Psicologia del Kundalini Yoga, Seminario tenuto nel 1932, Bollati Boringhieri, p.115)
🖋️ «Attivare l’inconscio significare risvegliare il divino, la devi, la Kundalini; significa dare inizio allo sviluppo del sovrapersonale all’interno dell’individuo per accendere la luce degli dèi: Kundalini, ce dev’essere risvegliata nel dormiente mondo muladhara, è il sovrapersonale, il non-Io, la totalità della psiche, e soltanto grazie a lei possiamo raggiungere i chakra più alti in senso metafisico e cosmico. Per questo motivo Kundalini e il Soter, il serpente salvatore degli gnostici, sono lo stesso principio.»
(C.G.Jung – La Psicologia del Kundalini Yoga, Seminario tenuto nel 1932, Bollati Boringhieri, pp.114-115)
🖋️ «Dobbiamo perciò risvegliare Kundalini per rendere manifesta la luce degli dèi alla scintilla di coscienza individuale.»
(C.G.Jung – La Psicologia del Kundalini Yoga, Seminario tenuto nel 1932, Bollati Boringhieri, p.114)
🖋️ «Le persone si perdono completamente nelle proprie emozioni e si svuotano; alla fine si riducono in cenere e non rimane nulla, soltanto un mucchietto di cenere e basta. Capita la stessa cosa nella follia: le persone entrano in una certa condizione e non ne possono uscire. Si consumano nelle fiamme delle proprie emozioni ed esplodono. C’è tuttavia una possibilità di distaccarsi da tutto ciò, e un uomo diventa veramente un uomo quando la scopre. Finché è in manipura, è nell’utero della natura e si comporta in modo straordinariamente automatico, è un semplice processo. In Anahata, invece, si presenta qualcosa di nuovo, la possibilità d’innalzarsi al di sopra degli avvenimenti emotivi e di osservarli. Scopre nel proprio cuore il purusa, il pollicino “più piccolo del piccolo e più grande del grande”.[…]
Domanda da parte di uno dei presenti, Signor Dell: “Il processo che lei descrive è, in termini psicologici, l’inizio dell’individuazione?”
Jung: Si, è il ritiro dalle emozioni, non si è più identici ad esse. Se si riesce a ricordarsi di sé stessi, se si riesce a distinguere tra sé stessi e l’esplosione delle proprie passioni, si scopre il Sé, si comincia a individuarsi. L’individuazione comincia quindi in Anahata.
L’individuazione non è diventare un Io: si diventerebbe, in questo caso, degli individualisti. Un individualista è un uomo che non è riuscito a individuarsi, è un egoista distillato filosoficamente. L’individuazione è diventare quella cosa che non è l’Io, il che è stranissimo. Perciò nessuno capisce che cosa sia il Sé, perché il Sé è proprio quello che non si è, ciò che non è Io. L’Io scopre di essere una mera appendice del Sé, e di avere con esso una sorta di debole collegamento. Perché l’Io è sempre laggiù, in muladhara, e d’improvviso diventa consapevole di qualcosa che sta su al quarto piano, in anahata, e quello è il Sé. […]
Il Sé è qualcosa di estremamente impersonale, di estremamente oggettivo. Se si opera nel Sé non si è sé stessi, è questo che si prova. Lo si deve fare come se si fosse un estraneo: si comprerà come se non si comprasse, si venderà come se non si vendesse. Oppure, come si esprime san Paolo: “Non sono io che vivo, è Cristo che vive in me”, volendo dire che la sua vita è diventata una vita oggettiva, non la “sua” vita ma la vita di qualcuno più grande, il “purusa” (Uomo cosmico, spirito, Sé)»
(C.G.Jung – La Psicologia del Kundalini Yoga, Seminario tenuto nel 1932, Bollati Boringhieri, pp.85-86)

