L’ individuazione di Jung nel mondo contemporaneo. La sfida dell’ individuo contro il pensiero unico e collettivo: Jung e l’etica dello Zarathustra
Seimila piedi al di sopra del Donbass. L’etica dello Zarathustra alla prova del XXI secolo (di Mario Gullì)
Da un paio di anni molte delle mie riflessioni vertono sui rapporti tra collettivo e psiche profonda, su come la comunicazione di massa ci allontani dalla possibilità di avere un pensiero genuino.
Dalla gestione del Covid alla guerra in Donbass coglievo che i conti non tornavano, il discorso etico era ed è in primo piano, ed i Seminari di Jung sullo Zarathustra mi accompagnavano nel dare un senso a ciò che avveniva fuori e dentro di me.
La mia prospettiva era legata al profondo più che all’esterno, ero consapevole che la pensavo in modo diverso dalla maggior parte delle persone, cosa a cui sono abituato, ma che la rigidità che vedevo negli altri mi apparteneva, e non poco. Ho quindi iniziato le mie riflessioni, supportato da quelle di Jung sullo Zarathustra dove, profeticamente, viene descritta la deriva nel rapporto tra individuo e collettivo, discorso valido, come spesso affermato, per Nazismo e Seconda Guerra Mondiale, ma anche per l’attuale situazione geopolitica.
Interessante che proponga queste amplificazioni e provocazioni mentre è in corso la crisi tra Gaza e Israele, dove il pensiero unico imposto, ovvero che ha ragione Israele, vacilla, essendoci vari attestati a favore della Palestina. Forse il geloso Dio levantino della guerra, come lo definisce Jung, è ancora difficile da imporre (cfr. Jung 1936 Wotan).
L’obiettivo è quello di offrire un punto di vista, il mio, sugli avvenimenti degli ultimi anni dal punto di vista di una psicologia del profondo che, nella sua complessità, possa riuscire a trascendere facili dicotomie e spinte regressive dell’io che ci allontanano dal Sé permettendo, citando Nietzsche, al clown di saltarci addosso. Ritengo, infatti, questi Seminari illuminanti sia per tracciare un profilo dell’uomo collettivo attuale, per dimostrare la sua sempre maggiore distanza da quel centro, il Sé, meta del processo di individuazione, sia per mettere a fuoco il tema del bene e del male da un punto di vista dell’inconscio profondo e non di un io inflazionato e sempre più adeso ad un collettivo sterile e mortifero.
Questo seminario denso e complesso, che va comunque contestualizzato storicamente, dà modo a Jung di esprimere le proprie idee sulla società, sul collettivo, e sulle tante Ombre di cui si è inconsapevoli.
In modo schietto [Jung] si schiera a favore della pena di morte, attacca politici e Chiesa, definisce inutile e controproducente la Società delle Nazioni, considera il “popolo” inetto, facilmente manipolabile che accetta supinamente il “tu devi”, etc.…
Visto lo spazio a disposizione mi limiterò a condividere e commentare brevemente dei passi dello Zarathustra, lasciando aperte, spero, delle riflessioni. Ricordando, principalmente a me stesso, che una delle prerogative del pensiero junghiano è evitare l’unilateralità e la sclerotizzazione, tenere conto di più aspetti, permettere la simbolizzazione e l’attivazione della funzione trascendente.
Tutto ciò negli ultimi anni è spesso difficile, in quanto il collettivo ci ha imposto di schierarci, di prendere posizione, di non potere attuare una sana sospensione del giudizio, l’epochè cara ai greci. Nello specifico agli scettici ed al buon Carneade.
“Tu devi” gli sbarra il cammino, un rettile dalle squame scintillanti come l’oro,
e su ogni squama splende a lettere d’oro “tu devi!”.
Valori millenari rilucono su queste squame e così parla il più possente dei draghi:
“Tutti i valori delle cose-risplendono su di me”.
“Tutti i valori sono già stati creati, e io sono – ogni valore creato.
In verità non ha da essere più alcun ‘io voglio’!”. Così parla il drago.
(Nietzsche, Così parlò Zarathustra, p. 22)
Va inoltre sottolineato che, le soluzioni proposte, spesso sono irrealizzabili o comunque non sufficientemente argomentate e diventano solo “come quel vuoto chiacchiericcio che oggi si fa nel mondo, presente su ogni giornale, in ogni libro. Dicono tutti «si dovrebbe», «si deve», ma nessuno mostra come ciò di cui si parla possa essere realizzato.” (Jung 1934-39; Seminari sullo Zarathustra P. 120)
Nella stanza di analisi sono tornati ad essere presenti discorsi sulla politica ma non sui valori, le discussioni non sono sui principi ma sui post di Facebook, che ricordano il citato da Jung:
“Se poi il “tu devi” viene presentato come messaggio collettivo si rischia di perdere la libertà il libero pensiero: arbitrio è senza alcun dubbio il fondamento dell’etica; un atteggiamento etico è possibile solo in quanto la coscienza è indipendente o autonoma.” (Ibidem, p. 664)
qualcosa di simile avviene se un individuo:
“si presenta di fronte a un pubblico di duemila paia di orecchie, indossando un frac e facendo bella mostra di sé su un pulpito, senza che quanto dice abbia la benché minima importanza, allora può essere tutto quel che diavolo gli pare. Gli basta essere una voce e nulla più, e la gente si berrà ogni parola che gli esce di bocca, pensando che si tratti di un individuo straordinario; non c’è nessuno in grado di prendergli le misure, perché la distanza è troppo grande”. (ibidem 273)
Oggi forse si presenta davanti ad una telecamera e miliardi di persone, forse con una maglietta verde militare, a petto nudo a cavallo, o con una stella di Davide sulla giacca dicendoci che fare; purtroppo, chi oggi ci propone delle “rivelazioni sul senso delle cose” viene preso più sul serio, troppo sul serio, rispetto a Zarathustra e Nietzsche.
Commenta infatti Jung
Professor Jung :
Ma quando a farsi realtà sono le parole di un uomo, sorge perlomeno qualche dubbio; la faccenda si fa critica. Voi affidereste a uno degli attuali leader del mondo il potere di emettere parole creatrici? Ipotizziamo per esempio che il signor Roosevelt sia dotato della «parola di potere», per cui quanto afferma si traduce in realtà. Vi sottomettereste a una tale parola?Signora Baynes:
Oh, no!Professor Jung :
Naturalmente, anche se siete americani. E questo perché non riteniamo che il singolo essere umano abbia l’autorità, la competenza, per pronunciare la parola degna di tradursi in realtà. E tuttavia da chi è pronunciata questa parola: «lo stato»? Neanche da un individuo come si deve: è annunciata dai giornali (ibidem p. 617).
Purtroppo, attualmente, la situazione è anche peggiorata, essendo sempre meno le persone dotate di un senso autocritico che non si affidano alle istituzioni senza remore.
“È chiaro che, quanto più prevale l’istituzione, tanto meno c’è vita, e soprattutto, quanto più prevarrà il «tu devi», tanto meno vi sarà libertà. Senza libertà non c’è vera moralità; c’è soltanto un attenersi alla legge, un’obbedienza più o meno completa basata sul principio del «tu devi». E tutto ciò non ha nulla a che fare con l’etica: viene chiamato moralità, ma non è certamente una vera responsabilità etica.”
(C.G. Jung – dai seminari sullo Zarathustra di Nietzsche, p. 285)
La domanda che nasce è: Che succede a chi non si piega al tu devi?
Jung uso come esempio il pensiero orientale:
Professor Jung:
[…] In India, così come nel Tibet, è generalmente diffusa l’idea che, deambulando intorno allo stupa o a quello che chiamano il chorten (una specie di reliquiario, l’equivalente della nostra croce o di quelle piccole cappelle che s’incontrano in campagna, con l’immagine di un santo), ci si debba muovere seguendo il corso del sole; in caso contrario il movimento è sbagliato.Allo stesso modo nei mandala la rotazione espressa, per esempio, dalla svastica, da una spirale o da un vortice, deve andare nel senso delle lancette dell’orologio: è la direzione verso cui deve ruotare la luce e verso cui devi farlo anche tu. Procedere in senso opposto è un atto malvagio, poiché in tal modo vieni a disfare il corso regolare delle cose; pertanto, è qualcosa che risulta associato alla magia nera.
La via della differenziazione o dell’avanzamento spirituale è rappresentata come il sentiero della mano destra, mentre opposto a essa è il sentiero della mano sinistra. Queste due espressioni vengono usate nel tantrismo, per esempio. La cakra-puja, in cui vengono praticati determinati rituali particolari che non godono di buona reputazione, è chiamata la via della mano sinistra, e viene anche associata alla magia nera, poiché la mano sinistra è il senso inverso, la direzione contraria al sole.
(Ibidem P. 398).
La differenza fondamentale è che chi dà indicazioni non è il sole, ma soprattutto che il processo di individuazione è una opus contra naturam; quindi, seguendo la strada dritta e battuta da tutti non la si raggiunge.
Ma che succede se il tu devi si riferisce ad un atto cruento? Se in chi ti vuole obbligare a prendere posizione accade che:
Vendetta d’inferno arde nel mio cuore,
morte e disperazione mi fiammeggiano intorno!
Se per tua mano non proverà dolori di morte,
non sarai più mia figlia!
Che tu sia in eterno ripudiata, in eterno abbandonata,
tutti i legami di natura siano in eterno distrutti,
se per tua mano non morirà!
Udite, o dèi della vendetta – udite! – il giuramento d’una madre!
Questo è un frammento del Flauto Magico di Mozart, nello specifico l’aria della Regina della Notte che invita la figlia ad uccidere l’amato. La soluzione al dilemma proposta da Mozart, purtroppo non viene attuata da molti, ma riflettere sull’importanza del liberarsi dalle ombre del collettivo è fondamentale.
Proseguono le riflessioni di Jung:
“Ciò nonostante, lo Stato pone ognuno di noi in una categoria, e così i movimenti popolari e la Chiesa – coloro che ne fanno parte sono individui meravigliosi, altrimenti appartengono alle schiere del diavolo. Oppure si è tedeschi, e quindi amati da Dio, mentre quel tizio è francese, e quindi sarà il figlio di Satana.” (Ibidem P. 465).
Il leitmotiv è diventato o la pensi come me-noi o sei un nemico un “collaborazionista”.
L’ altro diventa un nemico, ma altro rispetto a cosa?
“Vedete, è come se fossimo segretamente minacciati dall’invisibile presenza del criminale che vive in noi, e così desideriamo che qualcuno commetta un delitto, consentendoci di dire: <<Ah, grazie a Dio eccolo lì, il criminale, eccolo lì, il male». Sono io quello che ucciderà? Poi ecco che giunge la notizia: qualcuno ha commesso un omicidio. <<Grazie al cielo!».“
(C.G. Jung – dai seminari sullo Zarathustra di Nietzsche, p. 505)
Il cambiamento degli dèi auspicato da Jung non è (ancora) avvenuto (cfr. Jung 1957, Presente e Futuro vol. 10 tomo 2 p. 155), ma forse sta avvenendo quello dell’uomo, la cui parte spirituale, libera, individuale, si sta sempre più allontanando.
Proiettare l’Ombra nell’altro è diventata prassi comune; come ci ricorda Jung nei suoi Seminari sullo Zarathustra ciò avviene anche coi partiti politici, in cui vengono proiettati i propri problemi, creando i presupposti per guerre forse evitabili.
Ciò crea dei miti collettivi legati a tragedie inevitabili, o dicotomie giusto-sbagliato rigide e non sentite come problema etico profondo ma solo di facciata.
Ci avverte sempre Jung, nei seminari sullo Zarathustra, che:
“Questa trasformazione dell’inconscio collettivo in coscienza collettiva è ciò che chiamiamo rivelazione, e ogni rivelazione che proviene realmente dall’inconscio collettivo è come un megafono, poiché è un messaggio proclamato ai molti: esprimendo un pensiero collettivo, raggiunge una miriade di persone. Pertanto, nel momento stesso in cui Zarathustra ha dato espressione al pensiero collettivo, è divenuto parte della coscienza collettiva”. Un tempo lo spirito era dio, poi divenne uomo e ora sta diventando addirittura plebe. (Jung 1935-39 op. cit. p. 526)
Sapete, di per sé l’archetipo non implica distruzione e invasione; esso si trova in una condizione di eterna quiete, a meno che non venga costellato, smosso dal comportamento errato dell’uomo. Se un uomo lascia troppe cose all’inconscio e finisce in tal modo per rintanarsi in un angolo troppo angusto, ecco che, come per compensare una tale situazione, l’archetipo inizia ad attivarsi. (ibidem P. 569)
Sul senso della guerra Nietzsche ci illumina in vari passi del suo Zarathustra, come sull’essere guerrieri:
“Fratelli nella guerra! Io vi amo dal profondo, io sono e sono stato uno dei vostri. E sono anche il vostro migliore nemico. Perciò lasciate che vi dica la verità! […] Io vedo molti soldati: vedessi molti guerrieri! «Uni-forme» si chiama ciò che essi indossano: possa non essere uni-forme ciò che essi in tal modo nascondono“
(Jung 1935-39 op. cit. P. 595, 596)
Riflessioni che ricordano il Bhagvadgita e il famoso dialogo tra Krishna e Arjuna.
Nei mezzi di comunicazione di massa il nemico diventa pubblico ma ci ricorda Nietzsche:
Non dovete cercare il nemico, ma il vostro nemico, e ciò, com’è ovvio, conferisce un aspetto totalmente diverso all’intera questione della guerra e dei guerrieri (ibid. P. 597).
Il vostro nemico voi dovete cercare, e fare la vostra guerra, per i vostri pensieri! (ibidem p. 599).
Si chiama Stato il più gelido di tutti i gelidi mostri. Esso è gelido anche quando mente, e questa menzogna gli striscia fuori di bocca: “Io, lo stato, sono il popolo”. (ibidem p. 619)
Professor Jung:
Non appena ci si oppone a una qualsiasi grande organizzazione, questa diventa un mostro totalmente distruttivo; le proprie motivazioni o il proprio carattere non hanno la benché minima rilevanza: si verrà distrutti. (ibidem P. 623)Là dove lo stato finisce, comincia l’uomo che non è superfluo: là comincia il canto della necessità, la melodia unica e insostituibile. Là dove lo stato finisce – guardate, guardate fratelli! Non vedete l’arcobaleno e i ponti del superuomo? Così parlò Zarathustra. (ibidem p. 637)
Fratello, se hai una virtù, ed è la tua virtù, allora non l’hai in comune con alcuno. Certo, tu vuoi chiamarla per nome e vezzeggiarla; vuoi tirarle l’orecchio e scherzare con essa. Ma ecco! Ora hai il suo nome in comune col popolo, e, con la tua virtù, sei diventato popolo e gregge! (ibidem P. 452).
Professor Jung:
Assegnando un nome alla tua virtù, la sottoporrai a un processo di disincantamento, la trascinerai in basso, la deteriorerai fino a farla giungere al livello collettivo; e a questo punto non coinciderà più con il tuo adempimento individuale. Non sarà altro che una qualità del carattere, e non, come in precedenza, l’eccellenza propria della tua unicità. (ibidem P. 454)Ora, a causa di quest’inclinazione collettiva e della totale ignoranza di ciò che il Sé possa mai essere – intendendo con il Sé la realtà della psiche – le persone hanno una coscienza collettiva molto forte che le fa stare male se provano a seguire la propria strada, a trascorrere del tempo con se stesse e a lavorare su se stesse. (Ibidem P. 751)
In questo modo Nietzsche anticipa la possibilità – che per noi è già un fatto storico – che ciò che dovrebbe aver luogo nell’individuo si manifesti in forma collettiva in una nazione – anzi non in una nazione soltanto, ma in parecchie. È come se il processo di individuazione, che in questo momento è costellato, stesse svolgendosi su un piano inferiore, sul livello inferiore della collettività, dove non riguarda un singolo individuo, ma un intero gruppo (Ibidem P. 611).
Si pone a questo punto il problema cruciale se restare adesi al collettivo o distaccarsene:
Professor Jung:
Sì, o [Zarathustra] prosegue con i suoi discepoli, ossia con la città «Vacca pezzata», con i valori o le credenze valide sino a quel momento, oppure prosegue da solo: si trova di fronte alla scelta se essere totalmente collettivo o ritrovarsi da solo. Ora, dopo aver vissuto una tale esperienza, molto spesso le persone decidono di non stare da sole, ma di rimanere insieme al gregge, che ora vedono nel suo aspetto positivo, e pensano che aver abbandonato la condizione solitaria costituisca un vantaggio. A questo punto però, per usare il linguaggio di Nietzsche, hanno perduto i loro ultimi valori, giacché la questione non è: o essere nel gregge o trovarsi isolati dal gregge; è: essere nel gregge e soli.
Scrive Nietzsche:
…a questo punto Zarathustra disse loro che ormai voleva proseguire da solo; egli era infatti amico del cammino solitario. I suoi discepoli gli porsero per commiato un bastone, sulla cui impugnatura d’oro un serpente si inanellava attorno al sole. Zarathustra gioì del bastone e, appoggiato a esso … (Ibid. 840).
È in primo piano il tema del conflitto, del dovere scegliere autonomamente, dell’avere chiaro la provenienza delle proprie opinioni: interna o esterna.
“Senza conflitto, infatti, non è possibile acquisire consapevolezza di sé: noi abbiamo bisogno del conflitto. Finché non viviamo in base alle nostre scelte, non saremo essere capaci di scelte autonome.“
(C.G. Jung – dai seminari sullo Zarathustra di Nietzsche, p. 225)
“Il vero test sta nel fatto che la tua verità dovrebbe esser buona per te. (ibidem P. 229)
Oppure non presumere che altre persone la pensino in un determinato modo perché tu hai dentro di te un tale pensiero. Sottoponilo a un esame critico, e scopri se ti appartiene. […]
Di chi è quest’opinione?». A questo punto, magari, lei scopre che lo ha detto suo padre, o una qualsiasi altra autorità. Oppure lo ha letto sul giornale (Ibidem P. 238).
In conclusione, mettendo al centro del discorso il Sé:
“La situazione è questa, e il Sé non potrebbe davvero esistere, se non intrattenesse delle relazioni; il Sé e l’individualismo si escludono l’un l’altro. Il Sé è relazione. Il Sé esiste realmente soltanto nel momento in cui si rispecchia in moltissimi specchi – allora ha delle radici. Non potrete mai pervenire al vostro Sé costruendovi una capanna per meditare in cima al monte Everest; sarete visitati unicamente dai vostri fantasmi, e questa non è individuazione: vi trovate tutti soli con voi stessi e il Sé non perviene all’esistenza. Il Sé esiste soltanto nella misura in cui voi stessi giungete ad apparire. Non ciò che siete, ma ciò che fate è il Sé. Il Sé fa la propria comparsa nei vostri atti, e gli atti significano sempre l’essere in una relazione; un atto è qualcosa che, prodotto da voi, si trova in pratica fuori di voi, tra voi e ciò che vi circonda, tra il soggetto e l’oggetto – là fuori il Sé è visibile. (ibidem P. 844)
Allo stesso modo potrei dire che senza isolamento non riuscirete mai a raggiungere il Sé: è sia un essere soli sia un essere in relazione. (ibidem P. 846).
FINE.


