C.G. Jung tra neuroscienze, teoria dei Complessi e processo di individuazione. Elementi per un confronto (di Shady Dell’Amico)
ABSTRACT
Nel presente articolo intendo descrivere il possibile rapporto fra alcune recenti scoperte neuroscientifiche e due elementi centrali della psicologia analitica di Carl Gustav Jung: la teoria dei complessi e il processo di individuazione. Seguendo i contributi di due analisti junghiani, Paola Palmiotto e Domenico Bumbaca, ed elaborando autonomamente la questione, si suggerirà come le innovazioni di Joseph LeDoux e di Antonio Damasio abbiano trasformato la teoria del Triune Brain di Paul MacLean. In modo sorprendente, infatti, questi sviluppi – a cui si associano gli importanti studi di Bessel Van der Kolk e Eric R. Kandel – danno prove convincenti tanto delle modalità con cui si originano i complessi a tonalità affettiva quanto della necessità, a fini di una buona salute psicologica, dell’integrazione fra contenuti consci e inconsci. Sotto questo profilo, infatti, la psicologia analitica sembra porsi in completa sintonia con i progressi delle neuroscienze.
INTRODUZIONE
Negli ultimi decenni lo sviluppo delle tecniche di neuroimmagine ha permesso un sostanziale cambio di paradigma negli studi sulla relazione fra la mente e il cervello. La possibilità di localizzare le aree cerebrali coinvolte in specifiche funzioni psicologiche ha aperto la strada alla nascita delle neuroscienze, oggetto di crescente attenzione nel panorama internazionale.
Questo successo, ampiamente riconosciuto e destinato presumibilmente ad allargare i suoi orizzonti, costringe però a un chiarimento preliminare laddove si vada a indagare lo statuto specifico della psicologia. Per quanto una piena comprensione della psiche non possa senz’altro prescindere dalla neurobiologia, il superamento del dualismo mente-corpo non può tradursi nella convinzione che l’unico linguaggio corretto per parlare dei processi psichici sia quello che fa riferimento a dinamiche cerebrali1.
Stabilire una correlazione fra mente e cervello non significa, infatti, esaurire la mente al cervello. La correlazione «non è sempre causalità» (Legrenzi, Umiltà 2009, p. 99). Già William James, nel 1902, attaccava il semplicistico modello del “materialismo medico”, in grado di ridurre le esperienze più significative dell’uomo a particolari stati organici (James 2009)2. Una simile prospettiva si mantiene viva dopo più di un secolo. Per Ronald J. Comer, è possibile declinare lo studio della mente umana
«sia attraverso le aree concettuali e semantiche proprie della psicoanalisi, sia mediante le ricerche di tipo neuroscientifico: il prodotto di questa interazione, se ottenuto mediante un processo controllato, monitorato da precisi criteri di protocollarità delle rispettive discipline e salvaguardato da pericolose tendenze riduzionistiche, non potrà che essere proficuo e favorevole» (Comer 2017, p. 17).
Analoga posizione era sostenuta anche da Carl Gustav Jung, il quale – per quanto attribuisse grande importanza al rapporto fra corpo e psiche – riteneva fondamentale l’autonomia metodologica della psicologia dalle indagini organiche, «pena la riduzione semplicistica di uno dei due aspetti all’altro, con conseguente impoverimento di entrambe le metodologie» (Spotti 2017, p. 19). La scoperta delle implicazioni biologiche delle esperienze individuali non liquida la descrizione di quest’ultime a forme rozze di spiegazione, garantendo piuttosto un fecondo scambio reciproco fra psicologia e biologia in un’ottica di complessità.
Ciò detto, la critica secondo la quale la psicologia dell’inconscio non sarebbe stata capace di confrontarsi con le moderne ricerche empiriche (v. Kandel 2018, pp. 291-294) dev’essere presa sul serio. Questo articolo intende porsi in una simile ottica di raffronto, e non di riduzione, rispetto a due temi centrali della psicologia analitica inaugurata da Carl Gustav Jung: la teoria dei complessi e il processo di individuazione.
DALLA TEORIA DEL “CERVELLO TRINO” ALLA “DOPPIA VIA” DI LEDOUX
Negli anni Sessanta il medico Paul MacLean introdusse la cosiddetta teoria del Triune Brain, del “cervello trino”. Secondo questa teoria, l’encefalo umano avrebbe presentato tre “cerebrotipi”, ossia tre strutture anatomiche dipendenti dalle fasi attraversate nello sviluppo evolutivo della specie. La parte più arcaica – e interna – dell’encefalo venne definita da MacLean come cervello rettiliano, relativo alle funzioni vitali, al battito cardiaco e alla respirazione, alla temperatura del corpo e agli istinti. Seguiva il cosiddetto cervello paleomammaliano, o sistema limbico, origine anatomica dei comportamenti affettivi, vero e proprio “cervello emotivo”. Infine, sopra il sistema limbico, MacLean individuò la neocorteccia, sede delle funzioni più complesse, come il linguaggio e il pensiero.
Questa straordinaria sintesi dell’organizzazione del cervello rispondeva all’esigenza di classificare lo sviluppo cerebrale nelle diverse specie animali. Tutti e tre i cervelli, secondo MacLean, sarebbero stati presenti nei mammiferi superiori, primo fra tutti l’uomo, in possesso della maggiore quantità di circonvoluzioni corticali. Il numero di cerebrotipi sarebbe sceso a due nel caso dei mammiferi più semplici, dotati comunque del cervello paleomammaliano e di quello rettile. Rettili, uccelli, pesci e anfibi sarebbero infine stati dotati di un solo cerebrotipo, appunto quello rettile, il più elementare e primitivo (cfr. MacLean 1970, pp. 336-338).
La teoria del “cervello trino” ha implicitamente rilanciato l’antica tripartizione dell’anima, tripartizione che – come già sosteneva Aristotele – ha un fondamento organico e può essere studiata dal punto di vista anatomico. Sotto il profilo funzionale, il modello di MacLean introduceva infatti, nelle neuroscienze, la tradizionale struttura gerarchica fra le parti della psiche: ai piani più alti la ragione, culmine dello sviluppo naturale, seguita dalle emozioni e infine dagli istinti. Più recentemente, però, alcuni studiosi hanno messo in dubbio questa subordinazione gerarchica dal sapore tradizionale3.
Le ricerche del neuroscienziato Joseph LeDoux, ad esempio, hanno fortemente rivalutato il concetto di sistema limbico di MacLean, evidenziando la centralità dell’amigdala nella vita emozionale a scapito di altre strutture, come l’ippocampo. Studiando le reti neurali connesse alla paura, LeDoux ha scoperto la presenza di una doppia via nella trasmissione dello stimolo di emergenza. Di fronte a un indicatore di pericolo, le informazioni sono inviate anzitutto al talamo, il quale avvisa l’amigdala con un segnale tanto rozzo quanto capace di sollecitare reazioni difensive (“via bassa”). Ma il talamo trasmette l’informazione anche alla corteccia, dove viene elaborata in modo da stabilire la sua effettiva pericolosità. Il risultato è a sua volta inviato all’amigdala, in un processo – in termini di tempistiche cerebrali – decisamente più lento (“via alta”).
Risultano così esserci due vie in cui le informazioni raggiungono l’amigdala, una talamica e una corticale:
«Immaginate di camminare nella foresta. Sentite un crepitio che va dritto all’amigdala attraverso il percorso talamico. Va anche dal talamo alla corteccia che riconosce il rumore di un rametto che si spezza sotto le vostre scarpe, oppure quello di un serpente a sonagli che si agita. Mentre la corteccia lo capisce, l’amigdala sta già iniziando la difesa contro il serpente. L’informazione ricevuta dal talamo non è filtrata: mira a suscitare una risposta. Il compito della corteccia è quello di impedire la risposta sbagliata piuttosto che di produrre quella giusta. Oppure supponiamo che sul sentiero si trovi una forma snella e ricurva. Le sue curve e la sua snellezza raggiungono l’amigdala dal talamo, ma solo la corteccia distingue un serpente da un bastoncino. Se si tratta di un serpente, l’amigdala ha la lunghezza d’anticipo. Dal punto di vista della sopravvivenza, è meglio reagire a delle circostanze potenzialmente pericolose come se lo fossero davvero a non reagire affatto. A lungo termine, confondere un bastone con un serpente costa meno del contrario» (LeDoux 2018, pp. 197-199)4
L’emozione, in altre parole, non coinvolgerebbe unicamente le aree del sistema limbico (circuito talamo-amigdala) ma anche la corteccia (circuito talamo-cortecciaamigdala), comportando fra l’altro una mediazione cognitiva:

Con la sua “via alta”, LeDoux ha dimostrato come il cervello emotivo intervenga in quello razionale – inviando informazioni – e come questi risponda contestualizzando il segnale e trasmettendolo all’amigdala. Questa diversificazione interna alla risposta emozionale era già stata notata da Freud, il quale differenziava la paura in senso proprio (Furcht), rivolta a un oggetto chiaramente determinato, dallo spavento (Schreck), relativo allo «stato di chi si trova di fronte a un pericolo che non si aspetta, e sottolinea l’elemento della sorpresa» (Freud 2012, p. 151).
LA PSICHE È UN MOSAICO
Gli studi di LeDoux hanno contribuito a porre al centro il ruolo dell’amigdala nei processi emozionali. In modo assai interessante, LeDoux ha anche mostrato come il condizionamento dell’amigdala sulla corteccia sia superiore di quella che la corteccia ha sull’amigdala, fatto che permette ai violenti stati emotivi di padroneggiare sul pensiero. In tutti i mammiferi, infatti, «i circuiti che vanno dall’amigdala alla corteccia prevalgono su quelli in senso opposto. Mentre i pensieri attivano facilmente le emozioni (attraverso l’amigdala), non siamo molto bravi a placarle (a spegnere l’amigdala), e serve ben poco ripetersi di smettere di essere ansiosi e depressi» (LeDoux 2018, p. 360).
Questo particolare predominio del cervello emotivo su quello razionale è del resto comunemente accettato. Il buon senso sa – ad esempio – che l’amore è “cieco” e che le scelte che opera non sono razionali. Tollera le sue follie con un po’ di ironia, con una scrollata di spalle, qualche volta pure con invidia. L’idea che l’amore possa essere “meritato” con belle qualità e bei gesti (dunque in base a operazioni di pensiero) è smentito dalla realtà dell’esperienza di tutti, e solo nella disperazione l’innamorato può chiedere l’affetto della donna che non lo ricambia.Le nostre valutazioni morali si svolgono su un registro diverso da quello degli stati emotivi. Le passioni non rientrano nell’ambito della volontà. Pathos, in greco, significa “sofferenza” ma anche “passività”.
Noi siamo passivi rispetto alle emozioni, le sentiamo (ecco perché le chiamiamo anche “sentimenti”) ma non possiamo determinarle. Quando l’Io entra in contatto con le emozioni rischia di esserne posseduto ed è per questo che i greci – secondo quanto hanno dimostrato gli studi ormai classici di Eric R. Dodds – ne parlavano così efficacemente come di forze dotate di autonomia (Dodds 2020). Curiosamente una concettualizzazione dell’autonomia delle forze psichiche non egoiche si rinviene nel cuore della psicologia del Novecento, con l’ideazione dei “complessi da tonalità affettiva” da parte di Carl Gustav Jung.
Jung – che aveva elaborato la teoria dei complessi confrontandosi con i risultati dei suoi esperimenti associativi – vede in questi, per riprendere la definizione di Umberto Galimberti, «un insieme strutturato e attivo di rappresentazioni, pensieri e ricordi, in parte del tutto inconsci, dotati di una forte carica affettiva […]. Jung scorge una relazione fra l’attivazione dei complessi e la dissociazione della personalità dovuta al fatto che il complesso inconscio agisce come una personalità parziale che sfugge al controllo del complesso autonomo dell’Io. Viene con ciò ribadito che ciascuno di noi non è un’individualità, ma una moltitudine di complessi o personalità tenute più o meno sotto controllo dal complesso autonomo dell’Io» (Galimberti 2020, p. 261).
Jung non è però il primo che ha parlato di questo carattere poli-centrico della psiche. Ne Le varie forme dell’esperienza religiosa 📙, William James aveva scritto:
«La nostra normale coscienza in stato di veglia, la coscienza razionale, come la chiamiamo, non è altro che un tipo speciale di coscienza, mentre tutto attorno ad essa, separate dal più trasparente degli schermi, vi sono forme potenziali di coscienza del tutto diverse. Possiamo attraversare tutta la vita senza sospettarne l’esistenza; ma, presentandosi lo stimolo adeguato, alla minima pressione appaiono in tutta la loro completezza vari tipi di strutture spirituali, che probabilmente hanno in qualche luogo il loro campo di applicazione e di adattamento» (James 2009, p. 334)
Bessel Van der Kolk, sui cui studi torneremo fra poco, ha ribadito recentemente la natura internamente costellata della psiche. La mente, a suo dire, è un mosaico:
«Tutti noi abbiamo delle parti. […] Le parti non sono solo sentimenti, ma modi distinti di essere, con le loro credenze, i loro scopi e ruoli, all’interno dell’intera ecologia della vita. Sentirci in armonia con noi stessi dipende in larga misura dalla capacità di fruire di una guida interna e, cioè, da quanto bene ascoltiamo le diverse parti di noi, assicurandoci che si sentano accudite ed evitando che si sabotino l’una con l’altra. Le parti, spesso, danno l’impressione di essere assolute, anche se, di fatto, rappresentano soltanto un aspetto della complessa costellazione di pensieri, emozioni e sensazioni» (Van der Kolk 2015, p. 320)
Qual è il rapporto fra queste intuizioni e lo gli sviluppi delle neuroscienze? Per il momento può essere interessante valutare in quali occasioni, stando alle teorie sulla biologia delle emozioni, avviene scissione fra la coscienza e forze psichiche dotate di apparente autonomia, in grado di sfuggire al controllo della ragione e di prendere possesso delle nostre azioni.
I “SEQUESTRI EMOZIONALI” COME INFLAZIONE DI CONTENUTI INCONSCI
Nel primo capitolo del suo celebre L’intelligenza emotiva, Daniel Goleman chiama “sequestro emozionale” le dinamiche di inflazione dei contenuti inconsci, incentrate sul processo attivato dall’amigdala in situazioni di emergenza56. Di fronte alla percezione di un pericolo, il talamo – attraverso la “via breve” circoscritta da LeDoux – trasmette infatti il segnale all’amigdala, la quale sollecita le differenti aree del cervello a stabilire una reazione di attacco o di fuga. Se questo impulso è particolarmente forte, il sistema limbico, scrive Goleman, “sequestra” il resto del cervello:
«Tali esplosioni emozionali sono una sorta di “sequestro” neurale. Sembra che in quei momenti, un centro del sistema limbico dichiari lo stato di emergenza imponendo a tutto il resto del cervello il proprio impellente ordine del giorno (in altre parole, “sequestrandolo”). […] Il carattere distintivo di questo “sequestro” neurale è che, una volta passato il momento cruciale, le persone che ne sono state vittime hanno la sensazione di non sapere che cosa sia capitato loro» (Goleman 2017, p. 36).
Tutto ciò avviene prima che la neocorteccia abbia elaborato lo stimolo attraverso la cosiddetta “via alta”, il circuito talamo-amigdala-ipotalamo. «Se l’amidgala percepisce la comparsa di uno schema sensoriale importante salta, per così dire, immediatamente alle conclusioni, scatenando le sue reazioni prima di aver avuto prove convincenti – o anche solo una conferma» (ivi, p. 51).
In queste circostanze le persone agiscono senza coscienza delle proprie azioni. Il sequestro emozionale – come Goleman mostra con dovizia di casi di cronaca – sembra porsi alla base di molti atti di violenza, del tutto folli e ingiustificati, dovuti a un repentino predominio del sistema limbico sul resto del cervello, comprese le aree corticali. Risulta dunque essere oggetto di un grande interesse pratico per la psicologia. Ma perché si attiva il sequestro emozionale?
Goleman riprende gli studi di LeDoux, il quale ha evidenziato come l’amigdala non solo agisca senza la corteccia, ma memorizzi a sua insaputa (sia cioè coinvolta nella cosiddetta memoria implicita). Mentre l’ippocampo, infatti, registra gli aspetti percettivi di un ricordo, l’amigdala – del tutto indipendentemente dall’attività cosciente – fa da ricettacolo dei ricordi emozionali (v. ivi, pp. 44-45). Queste due strutture, pur lavorando assieme, dal punto di vista evolutivo sviluppano in tempi diversi: l’amigdala molto rapidamente, l’ippocampo con più lentezza. Nel primo periodo di vita, ad esempio, l’amigdala è già molto sviluppata, laddove invece la neocorteccia e l’ippocampo devono ancora maturare del tutto (v. ivi, p. 48). Partendo da questi presupposti, LeDoux
«fa ricorso al ruolo dell’amigala nell’infanzia per confermare quello che è un principio fondamentale del pensiero psicoanalitico, e cioè il fatto che le interazioni sperimentate nei primissimi anni di vita impartirebbero una serie di insegnamenti emozionali basati sull’armonia e i contrasti fra il bambino e chi si prende cura di lui […]. Uno dei motivi, quindi, che spiegano come mai siamo così sconcertati dalle nostre esplosioni emozionali, è che esse spesso hanno radici in un periodo molto precoce della nostra vita» (ivi, pp. 48-49)7.
Ciò contribuisce ad avvicinare gli sviluppi delle neuroscienze con alcune intuizioni psicoanalitiche. Bessel Van der Kolk, autore di importanti studi sul trauma, evidenzia come l’esperienza traumatica non elaborata comporti un’impronta che condiziona continuamente le modalità di azione del singolo nel presente (cfr. Van der Kolk 2015, p. 25).
«Molto tempo dopo la sua conclusione – spiega Van der Kolk – un’esperienza traumatica può essere riattivata al minimo accenno di pericolo e può mobilitare i circuiti cerebrali disturbati, secernendo enormi quantità di ormoni dello stress» (ivi, p. 4).
Alcune situazioni apparentemente innocue possono infatti fare da trigger, stimolando la riemersione delle emozioni, dei pensieri e delle percezioni sperimentati durante l’evento traumatico, il quale sarebbe contraddistinto, di base, da un sentimento di impotenza:
«Quando l’attivazione delle aree più antiche del cervello prende il sopravvento, il cervello superiore, la nostra mente cosciente, si spegne parzialmente e il corpo si prepara a correre, a nascondersi, a combattere o, a volte, si congela. Prima di essere pienamente consapevoli della situazione, il nostro corpo può essere già in movimento. Se le risposte di attacco/fuga/congelamento hanno successo e riusciamo a sfuggire al pericolo, recuperiamo interno e gradualmente “riconquistiamo i nostri sensi”. Se, per qualche motivo, la risposta fisiologica è impedita […] il cervello continua a secernere l’ormone dello stress e i circuiti elettrici cerebrali seguitano ad accendersi inutilmente. Anche molto dopo l’evento minaccioso, il cervello può persistere nell’inviare al corpo segnali di fuga da una minaccia che non esiste più» (ivi, p. 62).
Un aspetto interessante che le ricerche di Van der Kolk hanno messo in luce è la “disattivazione” dell’area di Broca, collocata nel lobo frontale sinistro della corteccia, nei pazienti con DSPT sottoposti al ricordo dell’esperienza traumatica. Questi studi, svolti attraverso tecniche di neroimmagine, hanno evidenziato come il trauma abbia la capacità di spegnere le aree coinvolte nella produzione del linguaggio (ivi, p. 51). Il trauma è memorizzato piuttosto dai sistemi inconsci coinvolti nella paura, con effetti sul sistema immunitario, sui livelli di cortisolo e sulla contrazione muscolare, senza tuttavia per questo garantire una narrativa cosciente a cui potersi riferire (cfr. ivi, p. 151). «Tutto il trauma è preverbale», sintetizza Van der Kolk (ibidem)8. La memoria traumatica, infatti,
«è divisa e frammentata, così che emozioni, suoni, immagini, pensieri e sensazioni fisiche, legati al trauma, assumono una vita propria. I frammenti sensoriali del ricordo intrudono nel presente, dove vengono letteralmente rivissuti» (ivi, p. 76)
Van der Kolk, riprendendo un costrutto di Pierre Janet, definisce dissociazione l’autonomia delle tracce mnestiche di tipo traumatico rispetto a quelle normalmente integrate nella storia autobiografica passata. Parlando del caso di Julian, un ragazzo molestato da un prete quando era bambino, così riferisce:
«La dissociazione impedisce al trauma di integrarsi all’interno dei magazzini della memoria autobiografica, conglomerati sempre mutevoli, creando, in sostanza, un sistema di memoria duale. La memoria normale integra gli elementi di ciascuna esperienza all’interno del flusso continuo dell’esperienza di sé, attraverso un complesso di associazione; […] ma nel caso di Julian, le sensazioni, i pensieri e le emozioni del trauma erano immagazzinati separatamente in frammenti congelati, difficilmente comprensibili» (ivi, p. 208).
L’autonomia dei ricordi traumatici, del tutto dissociati dal resto della memoria, era stata evidenziata anche da Freud e da Breuer (cfr. ivi, 282-283). Questa autonomia, per Kolk, si spiega alla luce del fatto che, «il sistema del sé collassa e le parti del sé si polarizzano, in conflitto l’una con l’altra» (ivi, p. 322).
E qui ritorniamo alla questione dei complessi, introdotta da Carl Gustav Jung. I complessi, infatti, si costituiscono come frammenti dell’esperienza personale che, in modo del tutto inconscio e autonomo, esercitano la loro pressione sulla coscienza, spesso dirottandola o prendendone persino il posto. Finché rimane inconscio, infatti, il complesso «possiede un carattere coercitivo incontrollabile proprio di ogni influsso autonomo al quale l’Io è esposto, e produce dissociazioni, distruggendo l’unità della psiche» (Jacobi 2017, p. 42).
È questa autonomia dei complessi che apre un possibile confronto con le scoperte delle neuroscienze. Scrive Jung:
«Oggigiorno tutti sanno che la gente “ha i complessi”. Ciò che non è altrettanto ben risaputo, perché molto più importante dal punto di vista teorico, è che i complessi hanno noi. Ma anche la più semplice formulazione della psicologia complessa non può evitare il fatto impressionante della loro autonomia, e più profondamente si penetra nella loro natura, potrei dire quasi nella loro biologia, più chiaramente essi rivelano il loro carattere come psiche spezzata» (Jung 1934, p. 114)
Penetrare nella biologia dei complessi: ecco ciò che oggi permettono di fare, almeno parzialmente, le tecniche di neuroimmagine. Gli studi di LeDoux, in particolare, sembrano proprio andare in questa direzione, garantendo – per la prima volta – un’esplicazione neurofisiologica di quanto era possibile accostare solo in chiave fenomenologica. È questa l’idea della psicoterapeuta a indirizzo junghiano Paola Palmiotto, la quale stabilisce con grande chiarezza questa associazione:
«È legittimo pensare che Jung, con la teoria dei complessi basata su osservazioni cliniche, stesse già descrivendo i meccanismi che oggi conosciamo attraverso i risultati di queste ricerche di neuroscienze. I complessi a tonalità affettiva sono quadri clinici in cui c’è un eccesso di energia psichica, l’affettività è esagerata rispetto al contesto, ci può essere tendenza all’agito e le reazioni sono autonome rispetto alle funzioni dell’Io. Spesso queste reazioni sono sovradimensionate rispetto agli stimoli esterni, una errata percezione di pericolo che si è interiorizzata nel soggetto. Gli studi sulla “via breve” di LeDoux, sulle funzioni dell’amigdala e sul cervello limbico in situazioni di stress con risposte di attacco, fuga o congelamento, confermano, a livello neurofisiologico, quello che Jung aveva visto e concettualizzato in ambito clinico» (Palmiotto 2016).
Jung – seguendo Palmiotto – avrebbe registrato clinicamente quanto gli studi neuroscientifici sul meccanismo della paura sarebbero venuti scoprendo, in modo del tutto indipendente, attraverso gli strumenti di neurovisualizzazione. Della stessa idea è Domenico Bumbaca, che ha evidenziato la compatibilità di questa intuizione con il lavoro clinico (cfr. Bumbaca 2018). Ovviamente, come chiariscono Ansermet e Magistretti, in questo caso «non si tratta di affermare che l’inconscio sarebbe localizzato nell’amigdala, ma piuttosto di suggerire che la posizione strategica dell’amigdala, al confine tra gli stimoli esterni e le risposte somatiche, permette di riattivare le tracce inconsce registrare in precedenza e gli stati somatici ad esse associati» (Ansermet, Magistretti, 2008, pp. 136-137).9
La capacità dell’Io – il quale risulta «compatibile con ciò che oggi sappiamo della corteccia prefrontale e delle sue funzioni» (McWilliams 2012, pp. 48-49) – di stabilire o no il controllo sulle unità autonome che agiscono su di lui, mantenendo una qualche egemonia o cedendo alla pluralità delle spinte disgreganti dei complessi, sarebbe pertanto quanto differenzia la nevrosi dalla psicosi. I complessi, infatti, «sono impressionanti prove indiziarie non solo della “divisibilità” o dissociabilità della psiche, ma anche della relativa indipendenza e autonomia di queste “parti”, che può degenerare fino a una totale disintegrazione psichica» (Jacobi 2017, pp. 42-43). Da ciò l’esigenza di favorire l’integrazione fra coscienza e inconscio: un bisogno di unità di cui le neuroscienze si sono fatte autorevoli testimoni.10
«L’ORGANISMO HA DELLE RAGIONI CHE LA RAGIONE DEVE UTILIZZARE»
Questa esigenza di unità, ai fini della salute mentale, è già evidenziata dalle ricerche di LeDoux. Date le sue scoperte sul sistema limbico, risulta chiaro infatti come la ragione (le aree della corteccia prefrontale) sia coinvolta tanto nella determinazione delle emozioni, attraverso l’elaborazione cognitiva, quanto nel loro controllo. La ragione non è estranea o persino opposta alle emozioni, ma parte del processo che le determina. Senza il collegamento fra la corteccia e il sistema limbico, sarebbero possibili solo le reazioni emotive guidate interamente a livello sub-corticale: reazioni inconsce, meccaniche, il cui principio è lo stesso dei “sequestri emozionali”. Della scissione, cioè, fra la coscienza e le forza psichiche inconsce che intervengono su di lei. Ad aver riconosciuto il legame inscindibile fra aree corticali e sistema limbico è stato Antonio Damasio, professore presso la University of Suthern California di Los Angeles, i cui studi evidenziano come pazienti vittime di lesioni dei lobi frontali dimostrino una forte compromissione dell’esperienza emotiva11.
L’esame di un caso del 1848, unito con alcune esperienze cliniche di cui parlerò in seguito, contribuì a fargli gradualmente cambiare idea. La storia – riportata nel suo celebre L’errore di Cartesio – è nota, ma può valere la pena rammentarla in questa sede. Alla metà del secolo diciannovesimo, nel New England, un giovane operaio di venticinque anni incorse in un terribile incidente. Si chiamava Phineas Gage e lavorava in un’impresa di costruzioni. In un intervento su una linea ferroviaria, una carica di polvere da sparo gli esplose sul viso, facendo schizzare la barra di metallo che stava maneggiando. Questa barra – in un tempo rapidissimo – gli attraversò la scatola cranica, andando a cadere circa trenta metri più avanti.
Miracolosamente, Gage si salvò. Sopravvissuto all’incidente, e rimessosi in forze solo dopo qualche settimana, si scoprì che il suo comportamento era profondamente cambiato. Gage non era più la stessa persona di prima: da meticoloso e affidabile, era diventato instabile e capriccioso, incapace di tenersi il lavoro e di gestire la propria vita in modo equilibrato. Anche il suo linguaggio si era fatto osceno. Per quanto in tutta evidenza non fosse stata compromessa nessuna delle sue funzioni vitali, e per quanto anche la capacità di verbalizzazione e di movimento fosse intatta, la lesione aveva distrutto alcune delle basi neurali della sua precedente personalità. Gage non era più lo stesso.
Indagando questo curioso caso, Damasio appurò che il danno dell’incidente fosse localizzato nei lobi frontali. Le sue conclusioni furono rafforzate da pazienti che dimostravano un comportamento analogo a quello di Gage, come ad esempio Elliot, paziente trentenne a cui era stato asportato un tumore nella corteccia prefrontale. La cosa affascinante, per Damasio, era che Elliot manteneva intatte le sue capacità cognitive: l’esercizio della comprensione concettuale e i test psicologici dimostrarono come le facoltà intellettuali fossero inalterate. E tuttavia, nonostante questo, Elliot sembrava incapace di prendere decisioni, di gestire la propria vita a lungo termine, di pianificare.
Damasio notò un ulteriore aspetto, ovvero la completa assenza di tono affettivo nei discorsi di Elliot. Elliot poteva narrare la propria storia con totale distacco. La perdita del lavoro, il divorzio in cui era incorso dopo l’operazione, il collasso della sua vita sociale: tutto ciò sembrava non toccarlo. Fu allora che Damasio si chiese se questa condizione di apatia potesse essere coinvolta nella sua incapacità di selezionare opzioni specifiche per portare a termine un lavoro e raggiungere obiettivi: «Sospettavo che il deficit di emozione e sentimento non fosse un innocente spettatore, casualmente vicino al deficit del comportamento sociale; l’alterazione delle emozioni probabilmente contribuiva al problema» (ivi, p. 92).
Il neurologo cominciò lentamente a capire come anche l’assenza di emozioni potesse comportare atteggiamenti irrazionali (v. ivi, p. 96). Se Elliot non sapeva decidersi su nulla, se lo si scopriva confondersi di fronte alle richieste più semplici, non era perché le sue capacità razionali fossero state distrutte, ma perché era stato reciso il rapporto fra le aree corticali addette al pensiero e quelle sub-corticali inerenti al cervello emotivo.
Damasio introdusse dunque una distinzione (del tutto compatibile con la “doppia via” di LeDoux) fra emozioni primarie, cioè emozioni dipendenti soltanto dai circuiti del sistema limbico, ed emozioni secondarie, che invece coinvolgono anche le aree corticali prefrontali e somatosensoriali. Le prime sono le emozioni più primitive, innate, implicate nei sistemi di attacco o difesa, di fuga di fronte al pericolo, di aggressione. Le seconde, invece, garantiscono la coscienza della relazione fra un certo oggetto e lo stato emotivo che suscita, aspetto che permette di progettare precise modalità di interazione con l’ambiente (v. ivi, pp. 192-196).
Con questa divisione, era più facile specificare la natura dell’indifferenza affettiva dei pazienti studiati da Damasio. Elliot, Gage e le altre sfortunate vittime di lesioni ai lobi frontali potevano – a suo dire – certamente provare emozioni primarie: ecco perché reagivano se qualcuno, ad esempio, urlava loro alle spalle. Il loro sistema limbico era infatti intatto. Non potevano però sperimentare emozioni secondarie, dal momento che il coinvolgimento delle aree prefrontali nell’elaborazione delle emozioni era impedito dalla lesione. L’esperienza emotiva era dunque limitata a livello sub-corticale, fatto che li rendeva del tutto apatici, privi di emozioni coscienti.
Identificare il danno nella mancanza di relazione, nei circuiti emozionali, fra corteccia e sistema limbico, permetteva a Damasio anche di definire il deficit di cui soffrivano i pazienti con lesioni corticali. Non solo, infatti, la ragione è coinvolta nelle emozioni (o meglio, nelle emozioni secondarie); anche le emozioni – e le relative modificazioni fisiologiche – sono coinvolte nei processi di pensiero (e in modo più specifico nelle scelte). L’introduzione di modificazioni psichico-fisiologiche nella pura elaborazione razionale, aspetto necessario per arrivare a una qualche decisione, ha condotto Damasio a ipotizzare il cosiddetto “marcatore somatico”.
La mancanza di capacità progettuale dei pazienti studiati da Damasio non dipendeva, a suo avviso, da una privazione delle capacità di ragionamento. Anzi; questi, potendo contare unicamente sulla ragione, compivano un’infinità di passaggi intermedi nelle loro deduzioni, considerando ogni variabile, tendendo conto di ogni possibile implicazione, fino a restare paralizzati:
«Nel migliore dei casi, la decisione richiederà un tempo molto lungo, assai più lungo di quanto si possa accettare se, nella medesima giornata si deve fare qualcosa d’altro; nel peggiore, poi, non si arriverà ad alcuna decisione, ma ci si ritroverà smarriti nel labirinto dei calcoli» (ivi, p. 243).
A contribuire nel determinare le decisioni, infatti, non è l’eccellenza del ragionamento ma, piuttosto, il corpo. Damasio ha chiamato marcatore somatico le sensazioni piacevoli o spiacevoli, di tipo emozionale e fisiologico, che si accompagnano all’immaginazione delle implicazioni possedute dalle varie opzioni disponibili. Si tratta, in altre parole, di segnali fisiologici che si associano alla prefigurazione delle conseguenze di una certa azione, e che contribuiscono a selezionare, spesso in modo del tutto inconsapevole, le azioni eseguibili. Ecco che – dice Damasio – un marcatore somatico negativo funziona come un campanello d’allarme, mentre quello positivo diventa un incentivo (v. ivi, p. 246). La ragione si rende pertanto solo una delle variabili coinvolte nel processo di scelta. Così Arsermet e Magistretti spiegato l’attivazione del marcatore somatico:
«A partire dai circuiti sensoriali primari, viene attivata l’amigdala; questa modifica lo stato somatico per il tramite dei sistemi neurovegetativo e neuroendocrino; il nuovo stato somatico viene rilevato dall’insula e dalle aree del cervello sensibili agli ormoni in circolo: ecco che può compiersi l’associazione tra percezione esterna (o un’immagine rappresentata) e stato somatico» (Arsermet, Magistretti 2008, pp. 77-78)
I soggetti con lesioni ai lobi frontali, avendo compromessi i nessi neurali fra il sistema limbico (in particolare l’amigdala e le aree associate) e la neocorteccia, erano esattamente quello che Cartesio pensava di se stesso: delle res cogitantes, uomini e donne di puro pensiero incapaci di fare delle scelte e di badare alla propria vita. Uomini e donne, dunque, dissociati, il cui Io-ragione era estraneo alle dimensioni inconsce-subcorticali. La piena salute della mente, che è anche piena ricchezza del pensiero, sta invece nella relativizzazione dei processi coscienti alla luce di quanto emerge dalle profondità della psiche e del corpo. Sta in quanto favorisce il processo di individuazione.
UN’UNITÀ CHE VA RAFFORZATA: L’INDIVIDUAZIONE COME INTEGRAZIONE FRA LA CORTECCIA E ILSISTEMA LIMBICO
Gli studi di LeDoux e di Damasio confermano il rapporto inscindibile fra aree corticali e sottocorticali. Le Doux ha dimostrato come le emozioni, per divenire coscienti, abbiano bisogno di una mediazione corticale, la quale interviene anche a controllare la portata della risposta emotiva (parallelamente innescata dal circuito talamo-amigdala). Damasio, integrando questi studi, ha mostrato come le aree corticali, per operare in termini adattivi, richiedano il coinvolgimento del “marcatore somatico” correlato a processi sottocorticali. Così Damasio conclude la sua ricerca:
«Sembra che l’apparato della razionalità, tradizionalmente ritenuto neocorticale, non operi senza quello della regolazione biologica, tradizionalmente considerato subcorticale; sembra, cioè, che la natura abbia edificato il primo non semplicemente sulla sommità del secondo, ma anche con questo e a partire da questo. Io credo che i meccanismi del comportamento che vanno oltre le pulsioni e istinti facciano uso sia dei piani alti sia dei piani bassi: la neocorteccia risulta impegnata insieme con il più antico nucleo cerebrale, e la razionalità è l’effetto della loro attività di concerto» (Damasio 1995, pp. 184-185).
Ragione ed emozione devono armonizzarsi, coscienza e inconscio devono integrarsi, e di fatto è quello che succede in una psiche sana.
«L’emozione – scrive Van der Kolk – non è contrapposta alla ragione; le nostre emozioni assegnano un valore all’esperienza e, pertanto, sono alla base della ragione. L’esperienza di sé è il prodotto dell’equilibrio tra il cervello emotivo e quello razionale» (Van der Kolk, p. 73).
Una ridotta attività di una delle aree coinvolte compromette la totalità dell’integrità psicologica. La neurologa Helen Meyberg,ha evidenziato – attraverso tecniche di neuroimmagine – come nella depressione siano coinvolte, in modo particolare, due regioni specifiche: l’area corticale 25 (corteccia cingolata subcallosa o area subgenuale), dove pensiero e movimento sono coordinati, e l’insula anteriore destra. Altre aree dimostrano però un’attività ridotta.È il caso della corteccia prefrontale, sededelle funzioni esecutive (v. Kandel 2018, p.85). Allo stesso tempo l’imaging ha mostrato una specifica attivazione dell’amigdala:
«L’imaging cerebrale […] ha dimostrato che le persone con depressione hanno un’amigdala allargata, e che le persone con depressione, disturbo bipolare e disturbi d’ansia manifestano un aumento di attività nell’amigdala. Gli scienziati hanno suggerito che una maggiore attività dell’amigdala possa spiegare la disperazione, la tristezza e l’angoscia mentale provate dalle persone depresse. L’imaging ha anche scoperto che, come molti altri disturbi, la depressione può dare origine a una riduzione, per numero e dimensioni, delle sinapsi dell’ippocampo. Di fatto, gli episodi depressivi più lunghi sono correlati a una riduzione del volume dell’ippocampo. Questa correlazione potrebbe dar contro dei problemi di memoria lamentati nella depressione» (Kandel 2018, pp. 86-87).

Altri studi di imaging cerebrale hanno confermato un’ iperattivazione dell’amigdala nelle persone soggette a stati d’ansia, stress post-traumatico o altri disturbi associati alle reazioni di paura (cfr. ivi, p. 216).
Otto F. Kernberg riferisce che, nei pazienti borderline, «entra tipicamente in gioco una iperattivazione dell’amigdala accompagnata da inibizione della corteccia frontale» (Kernberg 2020, p. 57).
La scissione fra ragione ed emozione, data dalla riduzione dell’attività delle aree della corteccia prefrontale e dalla grande eccitazione dell’amigdala, possono del resto dipendere – riporta Kandel – da cambiamenti biochimici innescati dalle risposte allo stress. In uno stato di tensione, l’amigdala, infatti, invia dei segnali all’ipotalamo, il quale sollecita, fra l’altro, anche la secrezione di cortisolo da parte delle ghiandole surrenali. Eccessive concentrazioni di questo ormone (noto anche come “ormone dello stress”) possono danneggiare le connessioni sinaptiche fra i neuroni della corteccia prefrontale, sede delle funzioni esecutive, e quelle fra i neuroni dell’ippocampo, fondamentali per la memoria (v. ivi, pp. 83-84). È un’idea sulla quale è concorde anche LeDoux: «Anch’io penso che certi problemi psichiatrici possano rappresentare l’operare del cervello emotivo, indipendentemente dal cervello pensante» (LeDoux 2018, p. 118).
Su questa scissione può intervenire la psicoterapia:
«L’interazione fra terapeuta e paziente può effettivamente cambiare la biologia del cervello. […] La psicoterapia è un trattamento biologico che produce cambiamenti fisici rilevabili e duraturi nel cervello» (Kandel 2018, pp. 95-97)
Questa modifica avverrebbe potenziando le capacità delle aree corticali di controllare l’amigdala, aspetto che accomunerebbe tanto la psicoanalisi quanto le terapie comportamentali (cfr. LeDoux 2018, pp. 316-317)12.
In ciò un ruolo centrale lo rivestirebbe la verbalizzazione. I terapeuti, scrive Nancy McWilliams, «sanno per esperienza che trasformare in espressione verbale qualcosa che prima si manifestava come rudimentale sensazione corporea, sentimento di terrore imminente o compulsione comportamentale è il modo per raggiungere la comprensione e il padroneggiamento del problema», citando poi a questo riguardo gli studi di Van der Kolk e di LeDoux (McWilliams 2002, p. 14).
Per quanto infatti la corteccia prefrontale non possa evitare all’amigdala di reagire, tanto che l’inclinazione alla reazione immediata di fronte a certi triggers non è completamente eliminabile, tuttavia l’elaborazione cosciente delle risposte emotive può contribuire a imparare come regolare la loro irruzione: «Sebbene non possiamo decidere quando avere un’esplosione emozionale, possiamo controllare meglio la sua durata. Un tempo di ripresa più breve, dopo tali esplosioni, può essere segno di maturità emotiva» (Goleman 2017, p. 347).
È questo un approccio che Van der Kolk indica come top-down, dall’alto verso il basso, contrapposto alle modalità di gestione emozionale bottom-up, in cui si interviene attraverso il corpo (Van der Kolk 2015, p. 73).
Britta Hölzel e Sara Lazar, ricercatrici di Harvard, hanno ad esempio dimostrato come la pratica della mindfulness riduca l’attività dell’amigdala, riducendo la reattività ai trigger (cfr. ivi, pp. 83-84). In ogni caso, comunque, è importante integrare la relazione fra aree corticali e sottocorticali. Nella risoluzione dello stress traumatico, ad esempio, «l’obiettivo più importante è quello di ripristinare il giusto equilibrio fra il cervello emotivo e quello razionale, così che ci si possa sentire padroni di come si risponde e come si conduce la propria vita» (ivi, p. 235).
L’approccio top-down è reso complesso, come già si è detto, dal fatto che le connessioni che dall’amigdala vanno alla corteccia sono più forti di quelle che dalla corteccia vanno all’amigdala. Questo comporta la difficoltà nel rendere cosciente gli stati psichici inconsci.
La psicoterapia – e la psicoanalisi in particolare – interverrebbe proprio sulla plasticità cerebrale, modificando la connettività fra aree corticali e sottocorticali e ricablando il cervello affinché le risposte immediate siano ricondotte sotto la supervisione della corteccia.13
È quanto porta Ansermet e Magistretti a sostenere che «questi sviluppi potrebbero dare una nuova definizione dello psicoanalista come esperto della plasticità, vale a dire colui che scommetta sulle potenzialità della plasticità per dare una nuova apertura al campo del possibile, senza rinnegare le conoscenze pregresse, ma anzi facendo leva su di esse per consentire al soggetto di farne qualcosa di nuovo» (Ansermet, Magistretti, 2008)14.
Da ciò si stabiliscono ulteriori differenze. Mentre infatti la psicoanalisi freudiana orienta l’Io alla “bonificazione” delle acque dell’Es («Dove era l’Es, deve subentrare l’Io. È un’opera di civiltà, come ad esempio il prosciugamento dello Zuidersee»), la psicologia analitica punta invece a riconoscere l’autonomia del “piccolo popolo” di forze che abitano all’interno dell’uomo15.
Se per Freud, infatti, le strutture complessuali sono di per sé patologiche, in quanto prodotto di rimozione, per Jung esse appartengono alla fisiologia della psiche (cfr. Jacobi 2017, pp. 49-57). Lo scopo non è dunque quello di drenare le acque dell’inconscio grazie alla potenza idraulica della coscienza, così da rendere fecondo un terreno altrimenti sterile, quanto piuttosto quello di evitare alluvioni, allagamenti, “sequestri emozionali”.
Riconosciuta l’indipendenza dei complessi, frammenti liberi di psiche inconscia, il fine non diviene infatti quello di dissolverli sotto il sole della coscienza, quanto piuttosto di integrarli in un quadro più ampio che li contempli in relazione all’Io:
«Questa concezione dei complessi è un luogo dove si decide la diversa concezione che dell’analisi hanno Freud e Jung. Freud, che considera il complesso in se stesso come un nodo che non consente la libera circolazione dell’energia, si appresta a scioglierlo (in greco analuo, donde la parola “analisi”); Jung, colpito dall’autonomia dei complessi e dalla loro indipendenza dall’Io, teorizza un lavoro analitico che li colleghi tra loro e con l’Io per il raggiungimento della padronanza di sé» (Galimberti 2020, p. 262).
È quanto ha sostenuto anche James parlando del “processo di unificazione” in grado di mettere in rapporto i contenuti consci e inconsci della personalità (cfr. James 2009, pp. 160-164). È quanto, secondo Jung, permette la funzione trascendente, ossia «la progressiva sintesi di dati consci e inconsci che conduce all’individuazione» (Ellenberger 2017, p. 119).
Scopo della psicologia diviene dunque quello di relativizzare la coscienza, di decentrare l’Io disponendolo consapevolmente in relazione con la pluralità di strutture complessuali che abitano la psiche dell’uomo.
FINE.
BIBLIOGRAFIA:
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- Jung, C.G., (1934), Considerazioni generali sulla teoria dei complessi, cit. in: Galimberti, U., (2020), Dizionario di Psicologia, Psichiatria, Psicoanalisi, Neuroscienze, cit., p. 262, alla voce “Complesso”.
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- Palmiotto, P. (2016), La teoria dei complessi di Jung e le neuroscienze, articolo su “PsychiatryOnline”: http://www.psychiatryonline.it/node/6559.
- Spotti, M.E., (2017), Appunti per riprendere tre concetti come vertici interpretativi del pensiero junghiano, in: Jacobi, J., (2017), Complesso archetipo simbolo nella psicologia di C.G. Jung, cit., pp. 9-27.
- Kernberg, O.F. (2020), Odio, rabbia, violenza e narcisismo, Astrolabio, Roma. Titolo originale: Hass, Wut, Gewalt und Narzissmus, 2016.
- Kohut, H. (1980), La guarigione del Sé, Bollati Boringhieri, Torino. Titolo originale: The Restoration of the Self, 1977.
- Van der Kolk, B., (2015), Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche, Raffello Cortina Editore, Milano. Titolo originale: The Body Keeps the Score, 2014.
NOTE A PIE’ DI PAGINA
- Antonio Damasio, nel suo celebre L’errore di Cartesio, esplicita la “venatura cartesiana” di coloro che
vorrebbero considerare gli elementi neurobiologici del comportamento umano del tutto a prescindere da una
considerazione sugli aspetti ambientali e sociali in cui l’individuo è collocato (cfr. Damasio 1995, pp. 339-340).
↩︎ - Nel suo saggio sull’esperienza religiosa James scrive: «Il materialismo medico si libera di San Paolo
definendo la sua visione sulla via di Damasco una lesione prodotta nella corteccia occipitale, essendo egli un
epilettico; liquida santa Teresa come un’isterica, san Francesco d’Assisi come un degenerato ereditario. Tratta
lo scontento di George Fox per le mistificazioni della sua epoca, e il suo anelare all’autenticità spirituale,
come un sintomo di colon disordinato. Spiega i toni di infelicità di Carlyle con il catarro gastro-duodenale»(James 2009, p. 32).
↩︎ - Vale la pena ricordare come, mentre in Occidente il localizzazionismo di MacLean presentava la sostanziale
indipendenza dei tre “cerebrotipi” nell’encefalo umano, lo psicologo russo Alexandr Romanovich Luria
(1902-1977) aveva proposto una tripartizione del cervello caratterizzata da una forte interdipendenza fra le
diverse aree cerebrali. L’aspetto fondamentale di questa teoria, sostiene Aldo Marini, professore di Psicologia
del linguaggio e Neuroscienze dell’Università di Udine, era «che ogni funzione mentale è resa possibile
dall’interazione tra sistemi diversi. […] Questo modello ha il merito di fondere alcune caratteristiche salienti
dei modelli localizzazionisti con istanze provenienti dai sostenitori dei modelli olistici, in quanto funzioni
cognitive anche molto complesse, come il linguaggio o la memoria, possono essere eseguite con successo
grazie all’attività, distribuita in tutto il cervello, di centri altamente specifici e specializzati nell’esecuzione di
attività più semplici» (Marini 2016, pp. 71-72). Luria ha evidentemente anticipato gli sviluppi delle neuroscienze degli ultimi decenni, come intendo mostrare in questo articolo.
↩︎ - Del resto la ricerca attuale mostra, secondo LeDoux, come tutti i vertebrati (compresi uccelli e rettili) abbiano
aree di corteccia analoghe alla neocorteccia dei mammiferi, sebbene collocate in modo diverso (v. LeDoux2018, p. 148). Questo danneggerebbe la validità del modello di MacLean.
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